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In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso Dì, "Egli, Allah è Unico, Allah è l'Assoluto. Non ha generato, non è stato generato e nessuno è eguale a Lui". (Corano 112, 1-4)
 
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Sufi Aqa
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MessaggioInviato: Mar Dic 18, 2007 12:40 pm    Oggetto: I misteri della purità (Asrar at-tahara) - Al-Ghazali Rispondi citando

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I Misteri della Purità (Asrâr at-tahâra)
di Al-Ghazàli
dal Libro III (tratto dal testo: Scritti scelti di al-Ghazàli ediz. UTET)

Sia lode a Dio che ha mostrato la Sua benevolenza verso le creature consacrandole al Suo servizio mediante l'astersione delle sozzure: ha versato sui loro cuori le Sue luci ed i Suoi favori per santificare le loro anime ed ha apprestato l'acqua delicata e leggera per purificare i loro corpi. Benedica Egli il Profeta Muhammad, che ha pervaso il mondo intero con le luci della Guida, ed i suoi familiari, buoni e puri, d'una benedizione la cui grazia ci salvi nel Giorno della paura e ci protegga da ogni male.

Orbene! Disse il Profeta - lo benedica Iddio e lo salvi ! - : «La religione è fondata sulla astersione delle sozzure» e «La chiave della preghiera è la purità» e lo stesso Iddio, l'Eccelso, ha detto: «C'è un tempio che è stato fondato sul timor di Dio... lo frequentano uomini che amano purificarsi, e Dio ama i puri» (Cor., IX, 108). Disse ancora il Profeta: «La purità è metà della fede», e l'Eccelso: «Iddio non vuole imporvi alcunché di gravoso, bensì purificarvi» (Cor., V, 6). Da queste esplicite dichiarazioni coloro che sono dotati di discernimento hanno capito che la cosa più importante è la purificazione dell'anima, non essendo verosimile che il Profeta, dicendo: «La purità è metà della fede» abbia avuto di mira la cura del corpo mediante la pulizia con versamento e aspersione d'acqua, e la rovina dell'anima lasciandola carica di impurità e sozzure. No, non sia mai detto!

La purità ha quattro gradi:
I) la purificazione del corpo dalle impurità, dalle lordure e dagli escrementi;
II) la purificazione delle membra dalle colpe e dai peccati;
III) la purificazione del cuore dai costumi riprovevoli e dai vizi detestabili;
IV) la purificazione dell'intimo da tutto ciò che non è Dio eccelso. Quest'ultima è la purità dei Profeti e dei Giusti.

La purità in ognuno dei suddetti gradi è metà dell'atto relativo. La purificazione dell'intimo ha per fine supremo che ad esso si sveli Iddio eccelso, nella Sua maestà e grandezza. Ma nell'intimo mai s'insedierà una reale conoscenza di Dio eccelso finché non si dipartirà da esso tutto ciò che non è Dio. Perciò ha detto l'Altissimo: «Dì: "È Dio!" e poi lasciali gingillarsi nelle loro discussioni» (Cor., VI, 91), giacché le due cose non possono stare assieme in un cuore, e «Dio non ha posto nelle viscere dell'uomo due cuori» (Cor., XXXIII, 4). La purificazione del cuore, poi, ha per scopo ultimo fornire ad esso i costumi lodevoli e le credenze rivelate, ma il cuore non potrà essere qualificato con essi, finché non sarà mondo dai loro contrari : credenze false e vizi detestabili. Conseguentemente la purificazione del cuore è una delle due metà, la prima che è condizione della seconda. In questo senso lo stato di purità è metà della fede. Così pure la purificazione delle membra da tutto ciò che è proibito è una delle due metà, la prima che è condizione della seconda: la loro purificazione costituisce la prima metà e il rifornirle di buone azioni, la seconda. Sono queste le stazioni della fede. Ogni stazione ha un piano, ne la creatura può raggiungere il piano superiore senza passare prima per quello inferiore. Quindi essa non potrà raggiungere la purificazione dell'intimo dalle quantità biasimevoli e fornire a questo le lodevoli, finché non avrà mondato del tutto il cuore dal carattere biasimevole e fornito ad esso quello lodevole; ne perverrà a ciò chi non avrà mondato del tutto le membra dalle azioni proibite e fornito loro gli atti di ubbidienza.

Quanto più preziosa e nobile è la cosa desiderata, tanto più difficile e il cammino che mena ad essa, lunga la via frequenti gli ostacoli. Non credere che questa cosa si possa raggiungere con le aspirazioni e ottenere facilmente. Sì, colui che non scorge la differenza tra questi piani della purità comprende soltanto l'infimo gradino che è come il mallo della noce rispetto all'ambito gheriglio. Perciò egli alla purificazione si dedica con zelo, cura bene il procedimento e impiega tutto il suo tempo a nettarsi dopo i bisogni naturali, a lavare le vesti, a pulire il corpo e a cercare copiosa acqua corrente pensando per suggestione malevola e fantasia della mente che la purità nobile da ricercare sia solo questa, ma soprattutto perché ignora la condotta dei primi Musulmani, la cui preoccupazione ed il cui pensiero erano volti alla purificazione del cuore, mentre mostravano una certa tolleranza per le pratiche esteriori. Tanto che ‘Umar - si compiaccia Iddio di lui! -, nonostante l'altezza delle sue mansioni, compi l’abluzione con acqua che si trovava in una giara appartenente a Cristiani, e i primi Musulmani non si lavavano le mani sporche di grasso e di cibo, ma si stropicciavano le dita contro l'incavo nella pianta del piede, ritenendo l'uso di alcali innovazione recente. Nelle moschee pregavano sulla nuda terra e nelle strade camminavano a piedi nudi; e chi nel giacere non poneva nulla tra sé e la terra era considerato personaggio ragguardevole. Per nettarsi dopo i bisogni naturali non facevano uso che di pietre. Disse Abû Huraira e un altro degli Ahl as-suffa (1): «Mangiavamo carne arrostita; al momento della preghiera ficcavamo le dita tra i ciottoli le stropicciavamo con la polvere, e recitavamo il takbîr (2)». E ‘Umar: «Non conoscevamo gli alcali al tempo dell'Inviato di Dio - lo benedica e lo salvi! - e per asciugarci servivano gl’incavi dei nostri piedi: se mangiavamo manna, ci stropicciavamo con essa». Si dice che le prime innovazioni apparse dopo la morte dell'Inviato di Dio furono quattro: i tovaglioli, gli alcali, le mense, la sazietà. Tutta la cura quei primi Musulmani la mettevano a mondare l'anima; uno di loro arrivò a dire che pregare con i sandali al piede era meglio, «perché l'Inviato di Dio quando si tolse i sandali per la preghiera, Gabriele avendolo informato che in essi c'era dello sporco, e vide che gli altri pure se li toglievano, disse: "Perché vi togliete i sandali?"». E al-Nakha'î, disapprovando anche lui le persone che questo facevano, disse: «Magari passasse un bisognoso e si prendesse i loro sandali». Pertanto in siffatte cose essi erano tolleranti. Anzi camminavano nella melma delle strade a piedi nudi, e vi si sedevano; come pure pregavano nelle moschee sulla nuda terra, mangiavano farina di frumento e d'orzo, soggetta ad essere calpestata dalle bestie e imbrattata dall'orma, ne si curavano del sudore dei cammelli e dei cavalli, pur sapendo quanto spesso questi si rivoltolassero nelle immondizie. Mai d'uno di loro si è riferito che abbia sollevato una qualche questione sottile in materia di impurità, essendo al riguardo tolleranti. Ora invece si è giunti a tal punto che alcuni chiamano la cura eccessiva della propria persona pulizia e la ritengono fondamento della religione. Spendono la maggior parte del tempo a farsi belli esteriormente, come usa la pettinatrice con la sposa, mentre il loro intimo è una rovina carica di sozzure quali la superbia, la vanità, l'ignoranza, l'ipocrisia, la finzione, e non disapprovano la cosa ne se ne stupiscono. Se uno per nettarsi non facesse uso che di pietre, o camminasse sulla terra a piedi nudi, o pregasse senza aver disteso il tappeto sul pavimento o sulle stuoie della moschea, o camminasse sui tappeti senza pantofole di pelle ai piedi, oppure facesse l'abluzione servendosi del recipiente di una vecchia o di un uomo non dedito a vita ascetica, insorgerebbero contro di lui, lo riprenderebbero aspramente dandogli del sudicione, lo caccerebbero dal loro gruppo disdegnando di mangiare con lui e di frequentarlo. Pertanto essi hanno chiamato l'incuria della persona, che è parte della fede, sporcizia, e la cura eccessiva pulizia. Guarda un po' cosa mai accade: ciò che era riprovevole è diventato buono e ciò che era buono è diventato riprovevole! Della religione s'è perduta forma, essenza e la stessa nozione!

Se tu mi chiedi: «Ritieni tu dunque che quelle abitudini cui hanno dato origine i sufi con il loro comportamento e con il loro modo di purificarsi siano da proibire o riprovare?», rispondo: «Dio mi guardi dal parlare genericamente senza fare distinzioni. Dico solo: tutte queste cose: la pulizia così ricercata, la preparazione di recipienti e di utensili, l'uso delle pantofole e del velo per difendersi dalla polvere ecc., se si considerano in se stesse astrattamente, sono lecite; ma s'accompagnano ad esse talvolta stati d'animo ed intenzioni che le collegano ora con cose meritevoli ora con cose riprovevoli. In se stesse sono lecite — non è un mistero per nessuno che chi si comporta in quel modo ha il diritto di disporre di fronte a quelle cose del suo denaro, del suo corpo, dei suoi vestiti, e quindi fare al riguardo ciò che vuole, qualora non vi sia sciupio ne sperpero —, ma diventano cose riprovevoli quando egli pone tutto ciò a fondamento della religione e se ne avvale per interpretare le parole del Profeta: "La religione è fondata sulla astersione delle sozzure ", sì da riprovare quelli che mostrano in proposito la stessa tolleranza dei primi Musulmani; oppure quando si propone di farsi bello esteriormente per gli altri e di rendere gradevole l'oggetto dei loro sguardi. Questa è proprio l'ipocrisia da cui ci si deve tener lontani e che diviene riprovevole per i suddetti due motivi. Tutto ciò è invece meritevole quando per suo mezzo ci si propone il bene e non l'abbellimento, quando non si accusa chi lo omette e non si ritarda per causa sua la preghiera allo scoccare dell'ora, o per occuparsene non si tralascia opera migliore, scienza o altro. Quando non gli si unisca uno dei difetti di cui sopra, è cosa lecita che con l'intenzione si può far diventare un'offerta a Dio. Ciò d'altronde è di vantaggio per i frivoli, i quali, se non vi spendessero il loro tempo, certamente se ne starebbero a dormire o a fare chiacchiere senza senso; l'occuparsene è senz'altro meglio per loro, perché attendere agli atti della purificazione è un rinnovare il ricordo di Dio eccelso e il ricordo degli atti di culto. Insomma non v'è alcun male in quegli usi se non sfociano in cosa riprovevole o in uno sperpero. Quanto agli uomini di scienza e di azione, conviene che spendano in essi del loro tempo solo lo stretto necessario; spenderne di più è riprovevole nel caso loro e significherebbe sciupare la vita che è il gioiello più prezioso e raro per chi può trame profitto. E non c'è da stupirsi di questa affermazione, giacché quelle che sono buone azioni per i pii sono cattive per i Ravvicinati a Dio. Il frivolo non deve smettere di curare la pulizia personale, non deve biasimare i sufi e affermare che egli imita i Compagni del Profeta, perché questi si imitano col dedicarsi a cose ben più importanti. Quando fu chiesto a Dâwûd at-Tâ’î: "Perché non curi la barba?", rispose: "Allora, non avrei altro da fare?"». Perciò io ritengo che il dotto, lo studente e l'operaio non debbano perdere il loro tempo a lavarsi personalmente gli abiti per non indossarne di (quelli) dati a lavare fuori casa nel sospetto che il lavandaio sia incorso in qualche manchevolezza. Nei primi tempi i Musulmani pregavano rivestiti addirittura di pelli conciate, e non si fa il nome di alcuno fra loro che abbia fatto differenza fra indumenti lavabili e indumenti conciati per quanto riguarda purità e impurità. Essi evitavano le cose immonde quando le vedevano, ma non aguzzavano la mente per dedurre sottili eventualità; prendevano piuttosto in considerazione le sottigliezze dell'ipocrisia e dell'ingiustizia, tanto che Sufyân ath-Thaurî disse a un amico col quale si accompagnava e che s'era messo a guardare la porta di un alto signorile palazzo: «Non fare questo, perché, se la gente non la guardasse, il padrone non si darebbe a tanto sperpero; chi la guarda aiuta il padrone a sperperare». Essi si lambiccavano il cervello per fare deduzioni sottili di questo genere, e non già in merito a possibili impurità. Quindi, se un dotto accortamente trova uno del popolo che si assume il compito di lavargli i vestiti, la cosa è da preferirsi, perché costui non andrebbe tanto per il sottile. D'altra parte il popolano trarrebbe profitto da quell'attività, perché occupando «la sua anima appassionata che spinge al male» (Cor., XII, 53) in un lavoro lecito in se stesso eviterebbe di peccare per lo meno in quella circostanza: l'anima, se non si occupa di qualche cosa, distrae il suo possessore. Se il popolano con quel lavoro mirasse ad avvicinarsi al dotto, sarebbe questa, da parte sua, una delle migliori azioni per avvicinarsi a Dio. Il tempo del dotto, che è troppo pregevole perché sia speso in una occupazione come quella del lavare, resta così preservato, mentre il tempo del popolano più degnamente speso è quello dedicato a un lavoro del genere, ricevendone bene da ogni lato. Si comprendano con questo esempio le altre azioni simili, la gerarchia dei loro valori e la maniera di preferire l'una all'altra.
La meticolosità del calcolo nel preservare i momenti della vita, al fine d'impiegarli nel modo migliore, è più importante della meticolosità in tutte le altre faccende di questo mondo.
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note
(1) – Il Profeta,che Allàh preghi su di lui e gli dia la pace, quando fondò a Medina la prima moschea dell’Islam, vi costruì per i più poveri dei suoi seguaci una banchina (suffa) coperta da tettoia perché si riparassero dalle intemperie. Coloro che se ne servirono vennero chiamati Ahl as-suffa (la gente della banchina). Abû Huraira fu un Compagno del Profeta che trasmise un numero stragrande di tradizioni.
(2) – Ossia quando, all’inizio della preghiera, l’orante dice: Allah akbar! = «Iddio è grande!».

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