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Omar al Mukhtar - Eroe della resistenza libica

 
Nuovo argomento   Rispondi    Indice del forum -> Storia, biografie, conoscenze, arte, poesie ed immagini
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Inviato: Lun Lug 13, 2020 3:59 pm    Oggetto: Ads

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Sufi Aqa
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MessaggioInviato: Gio Nov 08, 2007 9:47 pm    Oggetto: Omar al Mukhtar - Eroe della resistenza libica Rispondi citando

RahmatuLlahi `alayhi - Iddio abbia Misericordia di lui.

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Omar al Mukhtar, credente e stratega
Angelo Del Boca

Padre della patria per i libici, pendaglio da forca per il fascismo, sconosciuto per l'Italia di oggi.

Quando Omar al Mukhtar assume nel 1923, per delega di Mohamed Idris, capo della Senussia, la guida della resistenza anti-italiana in Cirenaica, ha già 63 anni e alle spalle una intera esistenza spesa ad insegnare il Corano nella moschea di Zawihat al Gsur, un villaggio agricolo tra Barce e Maraua. Il generale Graziani, che finirà per batterlo, ricorrendo ad ogni mezzo, così lo descrive: «Di statura media, piuttosto tarchiato, con capelli, barba e baffi bianchi, Omar al Mukhtar era dotato di intelligenza pronta e vivace; era colto in materia religiosa, palesava carattere energico ed irruente, disinteressato ed intransigente; infine, era rimasto molto religioso e povero, sebbene fosse stato uno dei personaggi più rilevanti della Senussia».

Per essere stato delineato dall'avversario che lo porterà al patibolo, il ritratto è sorprendentemente fedele e positivo, concorda con il ritratto che altri hanno tracciato di lui. Ma c'è una dote di Omar che Graziani sottace ed è il suo genio militare, che forse eguaglia o supera quello del guerrigliero somalo Mohammed ben Abdalla Hassan, più noto come il Mad Mullah.

Omar al Mukhtar, infatti, non è soltanto uno splendido esempio di fede religiosa, di vita semplice ed integerrima. È anche il costruttore di quella perfetta organizzazione politico-militare che gli italiani riusciranno a frantumare soltanto alla fine di un decennio di lotte e utilizzando mezzi assolutamente straordinari.

Con appena 2-3 mila uomini, ma in certi periodi anche soltanto con mille, Omar riesce a tener testa a 20 mila uomini, dotati dei mezzi più moderni ed efficienti, riforniti con larghezza e protetti dall'aviazione. Quasi sempre all'offensiva - lo testimoniano i 53 combattimenti e i 210 scontri che si succedono nel decennio - Omar colpisce, poi si ritira e svanisce nel nulla, creando nell'avversario, che ricerca invano una battaglia risolutiva, rabbia e un senso di frustrazione.

Nella conduzione della spietata guerra per bande, Omar è favorito dalla natura impervia dei territori in cui opera e dal sostegno incondizionato delle popolazioni del Gebel Akhdar che lo riforniscono di uomini, armi, cibo e denaro. Si aggiunga che ad Omar giungono regolarmente e in abbondanza aiuti di ogni genere dal vicino e compiacente Egitto, dove hanno trovato rifugio e protezione l'emiro Mohamed Idris ed altri capi della resistenza all'Italia.

Quando, all'inizio del 1930, il regime fascista affida al generale Graziani, che già ha sottomesso la Tripolitania e il Fezzan, il compito di liquidare la resistenza in Cirenaica, il generale sa perfettamente che non riuscirà a sconfiggere Omar al Mukhtar adottando soltanto gli strumenti militari reperibili in colonia. Per vincere Omar è necessario fargli il vuoto intorno, prosciugare le sue casse, tagliare le sue linee di rifornimento con l'Egitto. D'intesa con il governatore generale della Libia, maresciallo Badoglio, e con il ministro delle colonie, Emilio De Bono, il generale Graziani organizza una serie di operazioni tese al soffocamento della ribellione.

Con la chiusura delle 49 zavie della confraternita religiosa senussita e la confisca dei suoi ingenti beni (centinaia di case e 70 mila ettari della miglior terra), Graziani toglie a Omar uno dei sostegni economici più rilevanti. Con la mossa successiva, quella di trasferire parte delle popolazioni del Gebel Akhdar verso la costa, Graziani confida di poter bloccare il continuo reclutamento di guerriglieri. Presto si accorge che quest'ultima operazione non fornisce i risultati sperati. Allora ricorre ad un estremo rimedio: quello di trasferire l'intera popolazione delle regioni montane e della Marmarica lontano dalla zona delle operazioni, per togliere alla ribellione ogni residuo sostegno.

Il trasferimento, che si compie con indicibili sofferenze fra il luglio e il dicembre del 1930, riguarda oltre 100 mila libici, che vengono confinati in tredici campi di concentramento nel sud bengasino e nella Sirtica, regioni notoriamente fra le meno ospitali, dove i reclusi saranno falcidiati dal tifo petecchiale, dalla dissenteria bacillare, dalla fame e dalla quotidiana razione di botte. A guerra finita, su 100 mila confinati, 40 mila non torneranno più alle loro case.

I conti con la storia

Per tagliare infine i rifornimenti dall'Egitto, Graziani fa costruire una barriera di filo spinato, larga alcuni metri e lunga 270 chilometri, dal porto di Bardia all'oasi di Giarabub. Nell'estate del 1931, mentre viene sigillata ermeticamente la frontiera con l'Egitto, Graziani è ormai convinto che Omar finirà per cadere nella trappola. E in effetti il capo della guerriglia si trova a mal partito. Gli sono rimasti soltanto 700 uomini, poche munizioni e pochissimi viveri.

Con i suoi audaci cavalieri riesce a mettere a segno ancora qualche colpo, ma l'11 settembre, avvistato dall'aviazione, viene circondato da forze soverchianti nella piana di Got-Illfù. Omar cerca ancora di portare in salvo il suo squadrone ordinandone il frazionamento. E infatti gran parte dei suoi uomini si salva. Ma lui viene colpito da una fucilata al braccio e subito gli uccidono il cavallo.

Per Omar al Mukhtar è finita. Tradotto a Bengasi con il cacciatorpediniere "Orsini", il 15 settembre lo processano nel salone del Palazzo Littorio. Il processo è soltanto una tragica farsa destinata a rendere legale un assassinio. Mussolini ha già deciso per la pena capitale. Alla lettura della sentenza, che lo condanna all'impiccagione, Omar al Mukhtar non si scompone, dice: «Da Dio siamo venuti e a Dio dobbiamo tornare». L'indomani, carico di catene, il settantenne Omar sale sul patibolo.

Raggiunta l'indipendenza nel 1951, la Libia di re Idris e poi quella di Muammar al Gheddafi riconoscono il ruolo di primissimo piano di Omar e gli dedicano vie e piazze, monumenti e un mausoleo a Bengasi. Nel 1979 il presidente Gheddafi stanzia 50 miliardi per realizzare, con la regia di Moustapha Akkad, un film sulle imprese di Omar, che si intitola Il Leone del deserto. Interpretato da Anthony Quinn, che si cala nel personaggio con estrema bravura, il lungometraggio a colori viene proiettato nel 1982 in tutto il mondo. Salvo che in Italia, dove ancora oggi non è entrato nella normale distribuzione, perch‚ «lesivo dell'onore dell'esercito italiano».

Il lungo e incredibile ostracismo contro il film di Akkad si inserisce in una più vasta e subdola campagna di mistificazione e di disinformazione, che tende a conservare della nostra recente storia coloniale una visione romantica, mitica, radiosa. Cioè assolutamente falsa.

L'esecuzione

Sono le 9 del mattino del 16 settembre 1931. Intorno alla forca eretta nel piazzale del campo di concentramento di Soluch, in Cirenaica, sono assiepati oltre 20 mila libici, fatti affluire da Bengasi, da Benina e dai lager della Sirtica. Sono qui per imparare che la giustizia fascista è severa, spietata, inesorabile. Sono qui per assistere all'impiccagione di Omar al Mukhtar, un capo leggendario che, per dieci anni, ha dato del filo da torcere agli eserciti di quattro governatori italiani.

Quando il vecchio Omar, avvolto in un baracano bianco, viene fatto salire sul patibolo, il silenzio nel campo si fa totale. Ostacolato dalle catene e tormentato dalla ferita al braccio ricevuta nell'ultimo combattimento, il vicario della Senussia muove a stento i passi, tanto che debbono aiutarlo a salire i gradini del palco. Mentre gli sistemano il cappio intorno al collo, guarda per l'ultima volta la folla silenziosa, che trattiene a fatica il dolore e la rabbia. Poi, con un calcio allo sgabello, gli spezzano il collo.

Con Omar al Mukhtar finisce anche la ribellione libica, cominciata vent'anni prima. Ma non finisce la leggenda di Omar, che anzi cresce con gli anni, sino a diventare un insostituibile punto di riferimento per chi aspira all'indipendenza della Libia.

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giobbe giopp
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MessaggioInviato: Mar Dic 04, 2007 2:44 pm    Oggetto: Omar al Mukhtar credente e stratega. Rispondi citando

:oops: In Italia non si riesce a vedere il film girato su tale grande credente e patriota; durante un mio recente viaggio nella Turchia, a Instanbul, ho visto alla televisione il film, ovviamente in turco, quindi non ho capito nulla anche se lo ho seguito con molto interesse. E' un vero peccato che in Italia, tale film i cui protagonisti sono dei grandi attori cinematografici, del livello di Antony Quinn, non venga fatto girare nelle sale cinematografiche e non si trovi neppure nelle videoteche, nè in noleggio nè in vendita. Temo che ci sia una sorta di censura, ancora non mi è chiaro chi c'è dietro tale manovra per boicottare il film, un pò gli italiani che sono ancora succubi della propaganda dell'italiano" brava gente" (una balla storica grande come le Piramidi d'Egitto) oppure questa ventata di razzismo antislamico che soffia in tutto l'Occidente. Voi che ne dite. Sapete dove posso trovare il film?
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Sufi Aqa
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MessaggioInviato: Mar Dic 04, 2007 3:01 pm    Oggetto: Re: Omar al Mukhtar credente e stratega. Rispondi citando

giobbe giopp ha scritto:
:oops: In Italia non si riesce a vedere il film girato su tale grande credente e patriota; durante un mio recente viaggio nella Turchia, a Instanbul, ho visto alla televisione il film, ovviamente in turco, quindi non ho capito nulla anche se lo ho seguito con molto interesse. E' un vero peccato che in Italia, tale film i cui protagonisti sono dei grandi attori cinematografici, del livello di Antony Quinn, non venga fatto girare nelle sale cinematografiche e non si trovi neppure nelle videoteche, nè in noleggio nè in vendita. Temo che ci sia una sorta di censura, ancora non mi è chiaro chi c'è dietro tale manovra per boicottare il film, un pò gli italiani che sono ancora succubi della propaganda dell'italiano" brava gente" (una balla storica grande come le Piramidi d'Egitto) oppure questa ventata di razzismo antislamico che soffia in tutto l'Occidente. Voi che ne dite. Sapete dove posso trovare il film?


Hai spalancato una porta aperta, caro Giobbe.

In effetti non si tratta di una "sorta di censura", ma di censura vera e propria, motivata - tieniti forte - dal fatto di essere - il film - "lesivo dell'onore dell'esercito", semplicemente perchè mostra quello che gli "italiani brava gente" (è anche il titolo di un'opera del grande studioso del colonialismo italiano, Angelo Del Boca) hanno fatto in Libia (senza dimenticare quello che hanno fatto in Etiopia, Eritrea, Albania, Grecia etc..).

Di fatto, il film in Italia circola clandestinamente in qualche proiezione in centri sociali o festival alternativi.

Però, ora potete vederlo QUI

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, in inglese con sottotitoli in italiano. 8)


Ne avevo parlato anche sul mio vecchio blog:

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, e ripropongo qui di seguito un articolo sulla censura del bellissimo film sulla vita di Umar al-Mukhtar (r.a.):

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La censura de Il leone del deserto: una vergogna che vuole oscurare i crimini dell'esercito del Belpaese
di Carmine De Fazio

Lo studio delle motivazioni che hanno spinto le autorità a proibirne ripetutamente la proiezione offre l’opportunità di osservare e capire la condotta “non proprio esemplare” dei soldati di Graziani e Badoglio nella Libia coloniale
«Che tutto il mondo sia testimone che le nostre intenzioni verso il governo italiano sono nobili, che noi non abbiamo altro scopo che quello di rivendicare la nostra libertà e che gli scopi dell’Italia tendono a reprimere ogni movimento nazionale che miri al risveglio e al progresso del popolo libico».
Queste sono le parole di Omar Mukthar contenute nel discorso alla sua gente il giorno prima che la tregua di Sidi Rahuma, stipulata con il generale Badoglio, si concludesse e cominciasse una lotta che avrebbe portato all’impiccagione di un uomo di settant’anni, capo dei partigiani libici.
La linearità di questo passo del suo discorso, la semplicità e le ragioni che trasmette, fa intendere, se ancora ci fosse qualche dubbio, che in una guerra coloniale bisogna sempre stare dalla parte dell’occupato. Sempre. Anche quando, come in questo caso, le insegne dell’occupante sono rappresentate dal nostro tricolore.

Il film e la censura che lo zittisce da settant’anni
Il comportamento, non proprio esemplare, tenuto in Libia dalle truppe italiane e la volontà di “occultare” una pagina di storia poco gloriosa del nostro paese potrebbero essere alla base di un atto di censura, grave e tuttora presente, attuato nel 1982 direttamente dal presidente Giulio Andreotti, per voce del sottosegretario agli Esteri Raffaele Costa, senza che la maggior parte degli italiani sappia della sua esistenza. L’oggetto di tale atto è un’opera «lesiva dell’onore dell’esercito».
Ma cos’è questa grave calunnia? Cosa scalfisce l’onore e l’orgoglio italiano?
Semplicemente una pellicola. Un film: Lion of the desert (Il leone del deserto, in italiano), del regista siro-americano Mustapha Akkad, che racconta la vicenda del citato Mukhtar, capo della resistenza libica contro i soldati italiani guidati dal generale Rodolfo Graziani su ordini diretti di Pietro Badoglio.
Il film è un colossal del 1979, finanziato da Gheddafi direttamente e co-prodotto con gli Usa. Un lungometraggio veritiero ed assolutamente non anti italiano. Il cast è eccezionale: Anthony Quinn (Mukhtar), Oliver Reed (Graziani), Rod Steiger (Benito Mussolini), Irene Papas (Mabrouka) nei ruoli principali, senza dimenticare poi, la presenza di Raf Vallone e di Gastone Moschin.
L’opera, come accennato, tratta gli avvenimenti in Libia dal punto di vista di un eroe nazionale, Mukhtar appunto, sconosciuto in Italia.
Ormai è storicamente appurato che le colpe italiane nella campagna libica siano state tante e molti i comportamenti spregevoli: tonnellate di gas (iprite e fosgene) utilizzate contro i ribelli, decapitazioni, impiccagioni in piazza, partigiani libici trasformati in torce umane o gettati dagli aeroplani; nostri soldati che rinchiusero decine di migliaia di persone appartenenti a popolazioni seminomadi della Cirenaica, tra il ’29 ed il ’34, in campi di sterminio.
Sì, gli italiani conquistatori. Gli uomini che Gabriele Salvatores in Mediterraneo (opera che vinse il premio Oscar per il miglior film straniero nel 1991) descriveva come donnaioli, amanti del calcio, dei giochi e delle feste; quella gente che in realtà non si comportò meglio neanche nelle campagne in Jugoslavia ed in Albania.
Il problema però è un altro: a più di settant’anni di distanza da questi fatti, ancora l’Italia non può vedere liberamente questo film.
Giuliano Urbani, ministro della Cultura e dello spettacolo, rispondendo ad una interrogazione parlamentare, si badi bene, il 15 aprile 2003, riguardante il film, si giustificò così: «È opportuno premettere che, ai sensi dell'articolo 1 della legge 21 aprile 1962, n. 161, la proiezione di opere cinematografiche in pubblico nonché l’esportazione all’estero di film nazionali sono soggette a nulla osta da parte dell'Autorità governativa, su domanda sottoscritta dagli interessati (produttori, distributori, eccetera) e parere conforme delle commissioni per la revisione cinematografica di primo e secondo grado.
Ciò in conformità con i dettami costituzionali che prevedono da un lato la libertà di espressione artistica e dall'altro la tutela e la protezione dell'infanzia e la difesa del buon costume. Nel caso del film in questione, si segnala che lo stesso non è corredato del prescritto nulla osta ai fini della sua circolazione interna ed internazionale, in quanto i soggetti interessati non hanno mai presentato la relativa istanza».
Accettiamo la risposta ma il fatto resta. Il leone del deserto in Italia non si può ancora vedere. Strano. Ormai in televisione siamo abituati a vedere “di tutto e di più”, come dice “mamma” Rai: violenza, pornografia e violazioni di ogni genere. E non possiamo vedere un lungometraggio che prima di tutto non è violento e poi racconta un avvenimento storico che, di certo, non fa una bella pubblicità al soldato italiano del tempo, ma che rende giustizia ad una popolazione che ha subito mille atrocità.

Proiezioni “ribelli” da Firenze a Sesto San Giovanni
Nel novembre 2002 a Firenze, questo film è stato proiettato durante il Festival dei popoli, una delle più importanti rassegne cinematografiche italiane (raccoglie documentari, reportage, film d’inchiesta). Il lungometraggio è stato tra i protagonisti della giornata intitolata Il sogno dell’Impero e l’incubo del dominio. Immagini del colonialismo italiano. Da un colloquio con Alberto Lastrucci, curatore di questa sezione, viene fuori che la stessa sorte del film di Akkad è toccata pure ad un documentario, Fascism legacy (L’eredità del fascismo), realizzato dalla Bbc, presentato al medesimo Festival.
A dire il vero, la Rai ne aveva comprato i diritti. Poi, non si sa perché, non lo trasmise. Comprato in seguito da La7, fu mandato in onda nella trasmissione L’altra storia.
Lastrucci sottolinea che è stato un problema, per loro, ritrovare una copia de Il leone del deserto. Quella ottenuta era molto rovinata. Il film resta difficilmente reperibile ma comunque, il seguito di pubblico è stato enorme; le decine di persone fuori dall’Alfieri Atelier, il cinema dove si proiettano le opere del Festival, che hanno provato invano ad entrare, testimoniano un grosso interesse per un aspetto sconosciuto e poco glorioso della storia del nostro paese.
Quelli che tranquillamente, assieme a tanti altri militari di quegli (ma anche dei nostri!) anni possono essere considerati alla stregua di criminali di guerra, non subirono neppure un processo per tutte le orrende malefatte commesse. Un film in grado di descrivere come i nostri soldati si sono comportati in quella guerra è vietato. Le atrocità sono bandite per rispetto al tricolore ed all’esercito. È come se in Germania vietassero i film sulla shoah.
Un fatto grave non viene messo a conoscenza di tutti. Uno dei grandi meriti del Festival dei popoli è stato proprio quello di esser voluto andare contro una situazione tendenzialmente lesiva del diritto alla libertà di espressione, mettendo a disposizione dell’attento pubblico fiorentino un film, anzi una serie di opere, che raccontano questa assurdità.
La censura qualche volta, perciò, viene ignorata: manifestazioni come il citato Festival dei popoli o
il Convegno di studi storici tenutosi a Sesto San Giovanni, dal 20 al 21 gennaio, vanno contro il limite imposto dallo stato e proiettano il film.
L’ultimo veto riguardante questo lungometraggio, che effettivamente risulti, risale al 7 aprile 1987, quando la Digos ne vietò la proiezione a Trento. Dopo che i deputati di Democrazia proletaria, nel 1987, chiesero di proiettare il film alla Camera dei deputati, Il leone del deserto venne visto il 17 Settembre 1988 a Rimini nel corso di del festival Rimini-Cinema.
Il fatto strano è che nonostante ciò i veti non sono ancora ufficialmente caduti, e la pellicola non può liberamente circolare nelle sale italiane. Il motivo, come già più volte sottolineato, è, forse, da ricercarsi in quelle immagini molto crude che sono lì a rappresentare e a ricordare una indegna pagina di storia, con protagonisti noi italiani “brava gente” (?).
In un momento storico nel quale la rivalutazione e la riabilitazione della dittatura fascista è sotto gli occhi di tutti, vorremmo chiudere, emblematicamente, con una frase del generale Graziani, futuro presidente onorario del Msi (sic!).
Egli si reca davanti ad Omar Mukhtar prima della sua uccisione: il giovanissimo generale davanti ad un vecchio settantenne, capo della resistenza libica, legato con catene e avvolto nel suo abito bianco. Le parole testuali: «Lo congedo. Cerca di stendermi la mano, ferrata, ma non lo può, perché non arriva. Del resto, non l’avrei toccata. Se ne va, strascicante, come era entrato».


Carmine De Fazio

(www.scriptamanent.net, anno III, n. 24, settembre-ottobre 2005)

Una diversa, ma convergente, ricostruzione della triste vicenda politica e culturale è stata pubblicata, a firma di Angela Luisa Garofalo, sul n. 20 della rivista Rnotes

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Capaneo
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MessaggioInviato: Ven Apr 11, 2008 8:40 pm    Oggetto: Rispondi citando

E' un film facilmente reperibile in rete (siamo in Occidente e tutto, in Occidente, si può reperire, leggere, conoscere, vedere...). I dialoghi in inglese con sottotitoli in italiano.

E' un bel film, ma non certo un capolavoro. I personaggi sono piuttosto scontati (Quinn, il vecchio saggio. Gli Arabi, coraggiosissimi ma un po' tonti, cadono come birilli. Gli Italiani, feroci aguzzini, sempre con le armi fumanti, tranne che per le due eccezioni "buone" del tenentino ribelle e per questo ucciso a tradimento dal suo fanatico superiore e del colonnello (Vallone) che, suo malgrado, è costretto a compiere il suo dovere ecc...) e le scene (forse perchè, ormai, siamo viziati dai miracoli degli effetti speciali moderni) non così grandiose e spettacolari.

In effetti, non mi pare abbia molto senso la censura che colpisce ancora questa pellicola.
Storicamente mi pare abbastanza attendibile, fatta eccezione, naturalmente, per le atrocità commesse dai Libici contro gli Italiani, rigorosamente taciute.

Quanto al colonialismo in sè, nessun dubbio abbia poche giustificazioni. Resta un fatto, comunque, che quello italiano, pur nella tragedia del contesto storico, resta il più "morbido". Sicuramente ben lontano da quello belga, per esempio, forse il peggiore di tutti, o da quello britannico, forse il più economicamente rapace.
Così, anche la Libia, ricordo, era una provincia ottomana e NON un Paese indipendente, prima del 1911.
Oppure (detto sempre per rinfrescare la memoria a qualcuno...) ricordo che i maggiori trafficanti di schiavi furono gli Arabi, fino a tutta la prima metà del XIX secolo.

Insomma, cerchiamo di non vedere sempre tutto il marcio da una sola parte o rischiamo il ridicolo.
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Sufi Aqa
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MessaggioInviato: Ven Apr 11, 2008 11:06 pm    Oggetto: Rispondi citando

Capaneo ha scritto:
E' un bel film, ma non certo un capolavoro. I personaggi sono piuttosto scontati (Quinn, il vecchio saggio. Gli Arabi, coraggiosissimi ma un po' tonti, cadono come birilli. Gli Italiani, feroci aguzzini, sempre con le armi fumanti, tranne che per le due eccezioni "buone" del tenentino ribelle e per questo ucciso a tradimento dal suo fanatico superiore e del colonnello (Vallone) che, suo malgrado, è costretto a compiere il suo dovere ecc...) e le scene (forse perchè, ormai, siamo viziati dai miracoli degli effetti speciali moderni) non così grandiose e spettacolari.

In effetti, non mi pare abbia molto senso la censura che colpisce ancora questa pellicola.


Ha senso perchè l'Italia non ha mai fatto i conti con il proprio passato coloniale. Non che altri paesi abbiano fatto passi enormi, ma almeno ci sono forti critiche che non lascerebbero passare (come invece succede abitualmente in Italia) certe affermazioni sul presunto "ruolo civilizzatore" del colonialismo italiano.

Capaneo ha scritto:
Storicamente mi pare abbastanza attendibile, fatta eccezione, naturalmente, per le atrocità commesse dai Libici contro gli Italiani, rigorosamente taciute.


Voler mettere sullo stesso piano le azioni degli aggressori e le azioni degli aggrediti, significa di fatto porsi dalla parte dei primi, dal momento che si mistificano i reali rapporti di forza.

Capaneo ha scritto:
Quanto al colonialismo in sè, nessun dubbio abbia poche giustificazioni. Resta un fatto, comunque, che quello italiano, pur nella tragedia del contesto storico, resta il più "morbido". Sicuramente ben lontano da quello belga, per esempio, forse il peggiore di tutti, o da quello britannico, forse il più economicamente rapace.


Credevamo che con gli studi di Angelo Del Boca (coadiuvate dalle torture di cui si sono macchiati i "nostri ragazzi" in Somalia, o gli spari alle ambulanze a Nassiriya) tutte le retoriche sugli "Italiani brava gente" si fossero dimostrate, appunto, solo retoriche.

Si può cominciare appunto da "Italiani Brava Gente?" di A. Del Boca, per analizzare quanto questo sia falso, o dalla lettura di quanto segue:

I PRETESTI E LA RETORICA (attualissimi, vediamo)

-"liberazione arabi"

-"necessità demografica"

-"prestigio internazionale"

-"impresa facile"

-poi presunzione tradimento (sciara sciat)

-"agricoltura razionale" da togliere ai "selvaggi" (afrikaneer boeri, sionismo, petrolio)

-guerra nazionalismo "menare le mani" rinnovamento Italia superomismo che sottovaluta difficoltà e capacità di resistenza

-"destino", Roma

-grande stampa impone temi

-“Riscoperta” guidata di presenza romana in libia: studi storici per dimostrare che era come tornare a casa: terra promessa
-quadro idilliaco da grande epopea

-"civilizzazione", italiano buono portatore di civiltà

-conquista ma anche trasformazione e civilizzazione

-clima di razzismo e apologia della violenza

-pacificazione

-“assoggettamento o annientamento”


I RISULTATI

-rastrellamenti e concentramento in campi di concentramento (stenti, malattie, fucilazioni per infrazioni)

-1930 deportazioni: 100'000 deportati – ovvero la metà della popolazione - da Gebel Akhdar, Marmarica, Cirenaica in marcia forzata di più di 1000 chilometri verso il sud bengasino e la Sirtica, i luoghi più malsani: “creare distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazioni sottomesse (...) non mi nascondo la gravità e la portata di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi la dobbiamo percorrere sino alla fine ANCHE SE DOVESSE PERIRE TUTTA LA POPOLAZIONE DELLE CIRENAICA” (Badoglio in lettera a Graziani)

-campi di concentramento circondati da due o tre barriere di filo spinato e garitte agli angoli, per separare popolazione dai ribelli, e per liberare spazio per i coloni, e per formare quadri intermedi di futura amministrazione

-Lavoro forzato, sterilizzazioni, “civilizzazione”, situazione sanitaria terribile

-Deportazioni nelle Isole Tremiti, Gaeta, Ustica, Favignana, alcune migliaia, arresti arbitrari, imbarco caotico, no raccolti dati, forse 4000
“i nomadi, nemici e distruttori dell’agricoltura, debbono essere esclusi per sempre (da zone fertili), lasciando il posto alle migliaia e migliaia di braccia italiche ansiosi di tornare a dissodare e fecondare quest’antica terra romana”.

-Ribellione di tutta la popolazione Cirenaica, che aiutava ribelli

-Arruolamento forzato per guerra in Etiopia

-terrorismo contro i civili

-feriti bruciati vivi con benzina o gettati vivi in pozzi

-saccheggio di paesi non ribelli

-confisca territori agricoli per coloni

-confisca beni senussiyya

-muro libico in Cirenaica con Egitto barriera di 270 chilometri di filo spinato

-lotta di popolo di intera popolazione definite “ribelli”, tenacia nonostante sbilanciamento forze, armi, mezzi

-uso sistematico di bombardamenti con gas (iprite, fosgene) su popolazioni civili e studio effetti

-"Inoltre la Libia fu per l’Arma aeronautica italiana un campo sperimentale per l’impiego a scopo bellico di aeroplani, di dirigibili e di gas mortali. Gli aerei avevano l’ordine di alzarsi in volo per bombardare tutto ciò che si muoveva nelle oasi non controllate dalle truppe italiane: uomini, bestiame, coltivazioni e spesso le bombe erano cariche di iprite, gas mortale già allora al bando".

-Libia campo di sperimentazione di tecniche di guerra, come Guernica: per la prima volta aeroplani e dirigibili impiegati a scopo bellico, primo volo notturno per missione di guerra; rodaggio di macchine e uomini, prima funzione psicologica, poi miglioramenti.

-Bombe incendiarie; bombardamenti indiscriminati su villaggi

-Politica della terra bruciata: migliaia di profughi in Tunisia, Algeria, Ciad, Egitto

-Italia pronta a inviare in Libia migliaia di coloni che avrebbero potuto coesistere con popolazione locale solo se questa si fosse sottomessa e avesse modificato sua esistenza nomade e “anarchica”

-Tribunale speciale militare mira a provocare “rispetto”, volante, ma anche fucilazioni di prigionieri senza processo in base a sospetto di ribellione: libici tutti banditi, no diritto di prigionieri di guerra ad essere rinchiusi in campi di concentramento; “connivenza con i ribelli”; in effetti tutti “colpevoli”

-Uomini armati passati per le armi, quando tutti hanno armi

-“qualunque atto da noi fatto verso quella gentaglia senza fede è da ritenersi giustificato”: demonizzazione del nemico apre ad autolegittimazione

-Bestiame ucciso, decimazione del patrimonio zootecnico che era unica grande ricchezza di nomadi e seminomadi: 168000 capi catturati o abbattuti tra ’23 e ‘28

-presunzione di essere traditi:
"Quando nel 1911 con un motivo pretestuoso il liberale Giolitti scatena una guerra coloniale contro la Turchia che dominava la Libia, un contrattacco arabo-turco sorprende i bersaglieri italiani e ne uccide 500. La rappresaglia militare è immediata e spietata: oltre 4000 arabi sono fucilati o impiccati e cinque mila vengono deportati in Italia e confinati nelle isole di Ustica, Ponza, Favignana e Tremiti".

-SCIARA SCIAT: 1911 rivolta generale di 8-10'000 uomini, poi repressione feroce,4'000 morti, oasi sgomberata, fucilazioni, massacri, incendi, caccia all’arabo

-Indignazione stampa: "vile tradimento, codardi, agguato"

1914 grande rivolta araba
80'000 persone deportate da Gebel el Akdar

resistenza liquidata con “fanatismo religioso”

Corani bruciati, zawiye trasformate in bettole, shaikh massacrati, tentativi di cristianizzazione, umiliazione donne

film il leone del deserto “lesivo dell'onore dell'esercito italiano”, e “potrebbe creare problemi di ordine pubblico”


CIFRE:
Mezzo milione di morti? Difficoltà di stime Cirenaica perso 2/3 degli abitanti dal 1911 al 1914: 180'000 su 300'000; un terzo soccombette dal ’23 al ’31; altre 60'000 in Tripolitania (decimati)

Conquista DUE FASI:
1. superficiale e approssimativa, parte del paese (1911)-SCiara Sciat, pace turchi (1912), prima di essere respinti e confinati sulla costa intorno a Tripoli (1914-5): ribellione generale

2. la “riconquista” fascista, disposta a decimare pur di pacificare e prepararlo ai coloni, repressione per scelta, metodica

(da:

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)

Capaneo ha scritto:
Così, anche la Libia, ricordo, era una provincia ottomana e NON un Paese indipendente, prima del 1911.


Non è una novità, nè questo è un "motivo" per poterla occupare.

Capaneo ha scritto:
Insomma, cerchiamo di non vedere sempre tutto il marcio da una sola parte o rischiamo il ridicolo.


Qui stiamo parlando della Libia, è il marcio è da una parte; se avessimo parlato in generale, allora questa tua considerazione sarebbe stata del tutto legittima, ma in questo contesto è solo un modo per ridimensionare le responsabilità italiane (non mi si fraintenda, sono italiano anche io, ma bisogna essere obiettivi).

'umar andrea

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ummah
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Registrato: 06/08/07 19:08
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MessaggioInviato: Sab Apr 12, 2008 10:46 pm    Oggetto: Rispondi citando

ssalamu Alaikum il film lo danno spesso nell'unico canale libico satellitare, sul satellite Hotbird...................per cui chi ha la parabola può vederlo non di rado, perchè lo danno spesso...ultimamente l'ho visto circa 2 settimane fà.
Da una ricerca sembra che il film qualche anno fà sia stato proiettato se non sbaglio a udine, ma subito bloccato.
Che TRISTEZZA!!!!!
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