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A proposito dell'"integrazione" dei musulmani

 
Nuovo argomento   Rispondi    Indice del forum -> Intellettuali, considerazioni e dibattiti sull'Islam
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Inviato: Mar Lug 14, 2020 3:34 pm    Oggetto: Ads

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Sufi Aqa
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MessaggioInviato: Mer Mag 28, 2008 5:34 pm    Oggetto: A proposito dell'"integrazione" dei musulmani Rispondi citando

Avevo scritto questo articolo diversi mesi fa

Mi è capitato di rileggerlo, e trovo che sia ancora attuale, in particolare nella parte che discute sulle strategie di risposta dei musulmani alla questione-assimilazione.

Insha'Llah mi piacerebbe approfondire il discorso con voi.

'umar

--

La sfida ed i sottesi del dibattito sull’integrazione
di `Umar

Uno dei temi con i quali i musulmani devono maggiormente confrontarsi è quello sull’integrazione.

Stretti nella morsa – e negli interessi politici – di chi, rispettivamente, afferma che essa non è in alcun modo possibile – stante una eccessiva “distanza” valoriale tra l’“Occidente” e “L”’Islam – e chi la propone come soluzione di ogni problema, ci si dimentica però di definire cosa si intenda, per “integrazione”.

E quando si utilizza un termine senza specificarlo precisamente, senza definirlo, si tratta di pura e semplice propaganda, si ha a che fare con una polemica strumentale che nasconde altro.

Prima di tentare di abbozzare due possibili sfumature di significato, è il caso di precisare un punto importante: considerando che in entrambi i casi è centrale il concetto di “rispettare le leggi”, bisogna considerare due paletti.

Il primo è che non si può giustificare, con la fedeltà alla legge, il compimento di un crimine. Mi vengono in mente in particolare le pagine della Arendt, in cui sono riportate le giustificazione avocate da Hess per le sue responsabilità nei campi di concentramento nazisti, nei termini di aver “semplicemente eseguito gli ordini”: la grigia burocraticità, il superficiale legalismo quale strumento dell’ingiustizia.

Grazie a Dio in Italia manca un “diritto criminale” a livello tale per cui questo discorso ci debba interessare direttamente. Ma è sempre meglio precisare che la coscienza, la responsabilità, la ragione, devono essere sempre discrimine nell’approccio alle leggi di uno Stato: in certi casi, l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile si configurano come un obbligo, obbligo per non essere responsabili nell’oppressione, nell’ingiustizia resa “legale”.

Lo ripetiamo, a scanso di equivoci: non è il nostro caso.

Il secondo paletto riguarda la necessità di non “reificare” le leggi di un paese al punto tale da considerarle immodificabili e indiscutibili.

Il diritto delle nazioni è scritto, creato dagli uomini, è frutto dell’ambiente in cui nasce, determinato dai dibattiti in cui una determinata epoca è immersa, e dai temi che di volta in volta sono considerati centrali e sui quali – con il cambiamento della società – si sente l’esigenza di intervenire.

Pensiamo ai grandi dibattiti che hanno riguardato in Italia temi come il divorzio, l’aborto, e – proprio in questi giorni – i PACS/DICO.

Ragion per cui non dobbiamo dimenticare che se non c’è dubbio che – una volta soddisfatto il primo paletto (il trovarsi di fronte una legge non “criminale”) – bisogna rispettare le leggi statali esistenti, non sarebbe un crimine mettere in discussione alcune di esse e prospettarne eventualmente la modifica, nel momenti in cui non risultano più in grado di rispondere all’evoluzione del contesto e al cambiamento delle ragioni che le avevano originate.

Questo per sottolineare l’ipocrisia di alcuni politici che stravolgono ordinariamente l’ordinamento legislativo italiano, ma di fronte a certe polemiche invocano pretestuosamente il “rispetto delle leggi italiane” – considerate appunto in senso rigido, immodificabile –, salvo poi modificarne altre a loro vantaggio. E questo quando si prendono la briga di modificarle, e non le infrangono direttamente...

En passant, è curioso poi notare che chi - dall’esterno dell’Islam (non solo perchè non musulmano ma anche perchè completamente ignorante in materia) - entri nelle sottigliezze del diritto islamico e abbia l’arroganza di giudicare cosa e come “vada cambiato”, abbia poi – nei confronti di una legge promulgata dall’uomo -, un approccio che potremmo provocatoriamente definire “fondamentalista” e oscurantista.

Torniamo ora all’integrazione, ed ai due possibili “significati” ad essa sottesi:

Possiamo infatti provare a definire “integrazione” secondo ciò che ragionevolmente si può (e si deve) pretendere da un comunità – una comunità variegata, di stranieri ed autoctoni, di uomini e donne, di agiati ed emarginati, di regolari e irregolari - all’interno di uno Stato, nei termini appunto di rispetto della legislazione, fedeltà alle istituzioni eccetera: ne abbiamo il primo significato.

O possiamo definirla secondo i sottesi di chi lo utilizza polemicamente, nel significato che è implicito e “sottinteso” all’uso politico che ne viene fatto, ed abbiamo il secondo significato, che vedremo tra poco.

Vediamoli nello specifico:

La posizione della ragionevolezza – il primo significato - è quella che pretende che una persona che vive in Italia, ne rispetti leggi, istituzioni e sensibilità, si “integri” - appunto – nel tessuto sociale, non crei ghetti, e si apra al dialogo, alla discussione, partendo dalla propria specificità ma dirigendola verso l’obiettivo del bene comune.

E da musulmani, in quanto musulmani, non possiamo che sostenere che questo tipo di integrazione è assolutamente necessaria e doverosa.

Di più, è solo un primo passo di un percorso che deve vedere non solo l’integrazione dei cittadini di fede islamica, ma la loro partecipazione come pari in ogni aspetto della vita sociale del paese in cui vivono: prendendo attivamente posizione nei dibattiti che dividono l’opinione pubblica nazionale, europea, mondiale, facendo sentire la propria voce ed opinione in ogni situazione, e non solo quando sollecitati provocatoriamente.

Qui si apre a un lavoro che bisogna compiere dall’interno della nostra comunità, con l’aiuto di Dio e dei fratelli e delle sorelle.

Se si intendesse questo, per integrazione, non credo che ci sarebbero così tante polemiche, intorno ad essa. Anzi, sarebbe un concetto abbastanza scomodo per chi oggi la invoca a gran voce, nel momento che spinge a considerare i musulmani come esseri umani dotati di uguali diritti (e doveri) rispetto a tutti gli altri cittadini.

Posto che non è questo, quello che molti intendono quando sollecitano l’“integrazione dei musulmani, a cosa si riferiscono, allora?

Semplicemente, intendono “assimilazione” totale e indiscutibile, più forte ancora di quella richiesta agli stessi italiani.

Se infatti consideriamo gli standard di accettabilità di un italiano, vediamo tranquillamente (e giustamente) che non si pongono problemi innanzi a certi margini di “diversità” (pensiamo al banalissimo esempio offerto dalla varietà di abbigliamento e pettinature).

Nel caso dell’immigrato musulmano, invece, si pretende ben altro.

Reduce di una prospettiva coloniale, l’immigrato che “si vuole integrare” deve essere esempio e specchio della bontà e della perfezione della “nostra civiltà”, vetrina della capitolazione dell’alterità sull’altare della “superiorità dell’occidente”: i margini per essere accettato sono strettissimi, deve essere assolutamente perfetto, il più possibile simile (anche e soprattutto nell’aspetto) ad un “occidentale”.

Una ragazza italiana non-musulmana può tranquillamente indossare una bandana, radere i capelli o tingerli di qualsiasi colore, decidere di vestirsi con i pantaloni lunghi o corti, non fa differenza. Ed è assolutamente giusto così, aggiungo io.

Una ragazza musulmana invece non ha scelta: per dimostrare la sua “integrazione”, deve sembrare più “occidentale” di un occidentale. Meno differenza le si riscontra rispetto all’immagine di un’attrice da soap opera, più è integrata. Più è vestita alla moda e ragiona "moderna", più è "integrata".

Ma non solo sul corpo femminile si gioca questa battaglia (seppure il corpo femminile è da sempre il territorio preferito delle battaglie sull’identità).

Decliniamo lo stesso esempio al maschile: un ragazzo italiano non-musulmano può decidere di farsi crescere la barba o i capelli, di indossare cappelli o berretti, di seguire uno stile di abbigliamento piuttosto che un altro.

Ma se sei musulmano e ti vuoi “integrare”, non hai scelta. La barba deve essere sempre perfettamente rasata (non importa se il tuo amico di Brescia ha il pizzetto, tu ti devi integrare), i capelli corti, i vestiti più alla moda (o eleganti, in base all'età) della media.

Non parliamo delle posizioni politiche, che se un italiano non-musulmano ha qualcosa da ridire sull’ultima strage NATO, è comprensibile e dimostra coscienza umanitaria, ma se fa lo stesso un musulmano, è complice del terrorismo internazionale: anche qui, per essere integrato deve essere più realista del re (vi viene in mente Magdi Allam? Appunto.).

Insomma, non sono tollerati margini di autonomia dal modello standardizzato di consumo e di pensiero: il “diverso” deve dimostrare di aver capito (dato che è evidente e si tratta solo di capirlo) che questa società è la migliore possibile, che viviamo nel migliore dei mondi possibili. E quindi deve dimostrare, “con parole, opere e omissioni”, la sua “apostasia” dall’alterità e il suo abbracciare entusiasticamente l’“american way of life” (che piace chiamare "occidente" per poter sembrare “patriottici” e non esterofili).

E’ un’integrazione, questa, che esprime la volontà di riduzione a sè, di negazione dell’alterità, di proiezione sull’Altro delle proprie manie di superiorità planetaria. Lo straniero musulmano (ma forse anche noi italiani musulmani) deve semplicemente rinunciare alla sua specificità, essere “come gli altri”, come, e più, degli altri.

Qui si apre un discorso sull’identità, che se Dio vuole approfondiremo prossimamente. Per ora basti sottolineare la posizione di arroganza e violenza culturale espressa da questa idea.

In sostanza, l’accoglienza, la concessione di diritti, la disponibilità ad accettare, è preordinata alla completa omologazione nella cultura del paese ospitante: “se vuoi che ti concediamo diritti, dignità e minimo rispetto, devi essere come noi, più di noi. Consumare come noi, vivere come noi, pensare e parlare come noi”. Pare che la concessione di diritti non sia possibile a chi abbia “preferenze culturali” diverse da quelle della maggioranza: è allora un “barbaro”, un “selvaggio”.

In effetti, non ci vuole alcuno sforzo ad integrare chi è identico. Il punto è allora che le colpe rivolte a “chi non si integra” nascondono in realtà responsabilità in chi lo accusa: che evidentemente non è disponibile né capace ad accettare l’umanità in chi è “diverso” in qualcosa.

Questo è risultato di una determinata concezione che l’occidente ha della sua cultura, e anche questo è un aspetto da approfondire a parte.

Se quindi un “integrando” (un candidato ad essere integrato), ha la pretesa di conservare alcuni aspetti specifici della sua identità, la sua integrazione su tutti gli altri piani (sociale, lavorativo, educativo) non viene accettata. Anzi, è guardato con un misto di sospetto e stupore: “come, qui sei LIBERO di pensarla come noi e non lo fai?!”.

Poi se si tratta di un musulmano, esiste una lunga lista di definizioni: integralista-estremista-fondamentalista etc.

La polemica sull’integrazione diventa a questo punto – e paradossalmente - un pretesto per escludere. Come?

Semplicemente, dal momento che si ha uno slittamento semantico e si designa con tale termine qualcos’altro rispetto a quanto normalmente significa, non ci potrà mai essere coincidenza tra le richieste di integrazione da parte della società e le risposte di chi si deve integrare, giacchè non solo si parlano spesso lingue diverse, ma quando si parla la stessa si hanno sullo sfondo diversi significati e mentalità.

Ecco a cosa porta, l’incongruenza tra i due sistemi concettuali, risultato dello slittamento semantico delle parole nell’era della “neolingua imperiale” (quella per cui le vittime civili dei bombardamenti sono “scudi umani dei terroristi”, ad esempio): la politica e la società può lamentarsi con gli “immigrati” (musulmani in particolare) perchè “non si vogliono integrare”, e così passare al punto successivo: la conseguenza.

Ovvero, dato che “loro non si vogliono integrare”, è inutile anche solo provarci, con “certa gente” non servirebbe a niente, sarebbe solo tempo sprecato: la strada da percorrere è allora escludere, emarginare, allontanare, ghettizzare, espellere, incarcerare, offrire in pasto ai servizi segreti, senza offrire possibilità, senza nemmeno provare a impegnarsi.

Il gioco è perfetto, il cerchio si chiude, la politica, i media e la società rovesciano le accuse che dovrebbero rivolgere a loro stessi.

Ma la battaglia che si combatte intorno al tema dell’integrazione non è, nonostante l'apparenza, una battaglia che coinvolge solo stranieri e musulmani.

Potrebbe infatti capitare che lo stesso si pretenda a chi pensa e si comporta in modo "non conforme".

Quindi, italiani, siete pronti ad integrarvi?

Finora avete avuto margini di autonomia e libertà, ma ora avete degli esempi da seguire (non è educato fare nomi), che dimostrano che “persino loro che sono musulmani” hanno capito la superiorità ad ogni livello dell’“occidente”, e che ci hanno spiegato che nutrire un pensiero critico e delle idee differenti merita non rispetto ma sospetto.

E voi che avete avuto la fortuna di nascere nel migliore dei mondi possibili che fate, obiettate, contestate? Traditori, quinte colonne!

Avanti, producete, consumate, e... integratevi...

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L'ultima modifica di Sufi Aqa il Mar Mar 17, 2015 5:48 pm, modificato 2 volte
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pensosa
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MessaggioInviato: Gio Mag 29, 2008 4:04 pm    Oggetto: Rispondi citando

mashAllah fratello, hai scritto un articolo intelligente, ironico, pungente al punto giusto....peccato che le voci come questa rimangano una minoranza.

Il termine "integrarsi" implica che individui "diversi" riescano a co-abitare e a relazionarsi civilmente gli uni cogli altri.
Nel momento in cui si cerca di abbattere la diversità con qualunque mezzo, non si parla più di integrazione, bensì di omologazione.

Mi sovviene un aneddoto che mi è stato raccontato proprio di recente:
Un ragazzino che doveva partecipare ad un quiz televisivo, dopo aver ampiamente dimostrato di possedere le qualità adatte per proseguire, ed essere ammesso come partecipante, è stato squalificato perchè...indovinate un po'...si chiamava Islam.
Si fosse chiamato anche Arcibaldo Strufoli, che è piuttosto difficile da accettare :mrgreen:, l'avrebbero preso.

La cosa peggiore sono i dibattiti sull'Islam che avvengono in tv: discorsi pilotati, gente che non ascolta, conduttori subdoli che scelgono ragazzine musulmane particolarmente ingenue ed emotive, assolutamente incapaci di reggere la messinscena mediatica(che sarebbe difficile da reggere perfino per una persona matura e preparata)e le pressioni psicologiche.

Ultimamente, in un programma della rai, che in quanto rete pubblica dovrebbe garantire livelli culturali quantomeno superiori rispetto a quelli di mediaset, ho sentito una ragazza annunciare solennemente di aver abbandonato l'Islam, a causa di alcune brutte esperienze vissute con dei musulmani.
Ma dico io, come può il pubblico di questa trasmissione non sentirsi offeso nella sua intelligenza? Cosa caspita c'entra un' esperienza personale con il cattivo comportamento di uno o più musulmani coll'Islam?

Ciò che mi da terribilmente fastidio è che se un musulmano si comporta male, abbiamo a che fare con un islamico cattivo.
Uno stupratore italiano invece non è un cattivo cristiano, bensì un criminale, punto.
Il musulmano che vive in Occidente rappresenta la sua religione in ogni cosa che fa, mentre tutti gli altri cittadini di diversa religione rappresentano solo se stessi.

Abbiamo insomma a che fare con una vera e propria (dis)informazione di regime, vera e propria sporca propaganda.

L'integrazione nella sua reale accezione è decisamente una cosa auspicabile.
Il problema è che serve una crescita di consapevolezza e di sviluppo del senso critico, in primo luogo degli stessi musulmani che, spesso, senza neanche rendersene conto, fanno del loro meglio per cercare di apparire il più moderni possibile, e adempiere con il massimo sforzo alle aspettative, spesso discriminanti ed etnocentriche, dei kuffar, spessissimo a scapito del Din, come se si sentissero inferiori.
Pertanto, a mio avviso, se non si ristabilisce l'orgoglio per la propria Religione, tutte le premesse per affrontare seriamente questo discorso non possono esistere.

was-Salam alaykom wa RahmatuLlahi wa Barakatu!


L'ultima modifica di pensosa il Gio Gen 07, 2010 9:02 pm, modificato 2 volte
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Sufi Aqa
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MessaggioInviato: Gio Mag 29, 2008 9:42 pm    Oggetto: Rispondi citando

AsSalamu `alaykum wa RahmatuLlahi wa BarakatuHu!

A mia volta non posso che condividere in pieno tutti i punti da te toccati, masha'Llah.

pensosa ha scritto:
Il problema è che serve una crescita di consapevolezza e di sviluppo del senso critico, in primo luogo degli stessi musulmani che, spesso, senza neanche rendersene conto, fanno del loro meglio per cercare di apparire il più moderni possibile, e adempiere con il massimo sforzo alle aspettative, spesso discriminanti ed etnocentriche, dei kuffar, spessissimo a scapito del Din, come se si sentissero inferiori.
Pertanto, a mio avviso, se non si ristabilisce l'orgoglio per la propria Religione, tutte le premesse per affrontare seriamente questo discorso non possono esistere.


Devo dire che questo è precisamente il motivo per cui ho scelto di mettere questo articolo anche in questo forum: hai toccato il punto.

Complice da una parte il retaggio coloniale, e dall'altra l'aggressivo imperialismo culturale "occidentale", i musulmani (ma non solo, è qualcosa che colpisce in generale ogni "Altro", ovvero ogni non-"occidentale", anche all'interno dell'"occidente geografico - rimandiamo alle pagine di Pasolini sulla "modernizzazione" del secondo dopoguerra italiano) soffrono di un complesso di inferiorità e di un'abbagliamento dalle "luci della modernità" di proporzioni inimmaginabili, e questo ha conseguenze ad ogni livello.

E' decisamente uno degli obiettivi fondamentali estirpare le radici di questo complesso, e instillare nei musulmani l'amore e l'orgoglio di far parte di khayr ummatin; dice Iddio nel Corano كُنتُمْ خَيْرَ أُمَّةٍ أُخْرِجَتْ لِلنَّاسِ, "voi siete la migliore Ummah suscitata tra gli uomini".

'umar andrea

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Musàfir
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MessaggioInviato: Ven Mag 30, 2008 11:31 am    Oggetto: Rispondi citando

Bismillahi ar-Rahmani ar-Rahìm

Su questo argomento ho appena terminato di leggere un libricino molto interessante che vi segnalo:

L’integrità islamica: né integralismo né integrazione
di Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis)

nota di copertina:
"Secondo Ibn 'Arabi, l'intensità nell'amore di Dio e la pratica della Religione provengono dalla forza inerente alla sincerità della fede, e alla convinzione incrollabile dei credenti espressa nel tasawwuf con il termine sidq.
Il sidq tradizionalmente viene definito come la spada di Allah (sayfu-llahi) sulla terra. Questa nozione è legata a quella di 'grande guerra santa'
(al-gihâdu l-akbar), la guerra interiore che l'uomo deve condurre "contro i nemici che porta in se stesso". Questa spada invisibile simboleggia la forza dell'Islam. Per il mondo moderno essa è il nemico più preoccupante, perché nessuna forza materiale, nessun condizionamento psichico può prevalere su di essa. I Musulmani sono in una situazione di guerra per il semplice fatto che essi esistono. Vengono considerati come dei fanatici perché sono Musulmani, e perché la loro fede in Allah è più forte di tutte le altre credenze, siano essere veritiere e tradizionali oppure menzognere e profane. Ciò che si rimprovera loro in realtà è la loro sincerità e la loro fedeltà all'alleanza divina, contro la quale il modernismo si è eretto ed è insorto."

Dal Libro : L’integrità islamica: né integralismo né integrazione
Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis)

2008 ‘Casa della Pace’ di Pavia (in distribuzione), 95 pagg., euro 10,00

tratto da :
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assalamu 'alaykum
Umar al faqir

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" O uomini, voi siete i poveri (fuqarà) i bisognosi di Dio, mentre Allàh è il Ricco (Al-Ghanì) Colui che è sufficiente a Se stesso, il Degno di lode." (Corano 35,15)
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pensosa
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MessaggioInviato: Ven Mag 30, 2008 6:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

Umar al faqir ha scritto:
Bismillahi ar-Rahmani ar-Rahìm

Su questo argomento ho appena terminato di leggere un libricino molto interessante che vi segnalo:

L’integrità islamica: né integralismo né integrazione
di Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis)

nota di copertina:
"Secondo Ibn 'Arabi, l'intensità nell'amore di Dio e la pratica della Religione provengono dalla forza inerente alla sincerità della fede, e alla convinzione incrollabile dei credenti espressa nel tasawwuf con il termine sidq.
Il sidq tradizionalmente viene definito come la spada di Allah (sayfu-llahi) sulla terra. Questa nozione è legata a quella di 'grande guerra santa'
(al-gihâdu l-akbar), la guerra interiore che l'uomo deve condurre "contro i nemici che porta in se stesso". Questa spada invisibile simboleggia la forza dell'Islam. Per il mondo moderno essa è il nemico più preoccupante, perché nessuna forza materiale, nessun condizionamento psichico può prevalere su di essa. I Musulmani sono in una situazione di guerra per il semplice fatto che essi esistono. Vengono considerati come dei fanatici perché sono Musulmani, e perché la loro fede in Allah è più forte di tutte le altre credenze, siano essere veritiere e tradizionali oppure menzognere e profane. Ciò che si rimprovera loro in realtà è la loro sincerità e la loro fedeltà all'alleanza divina, contro la quale il modernismo si è eretto ed è insorto."

Dal Libro : L’integrità islamica: né integralismo né integrazione
Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis)

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assalamu 'alaykum
Umar al faqir

Jazak Allahu khairan per il prezioso suggerimento fratello!

wa alaykum as-Salam wa RahmatuLlahi wa Barakatu!


L'ultima modifica di pensosa il Gio Gen 07, 2010 9:00 pm, modificato 1 volta
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Sufi Aqa
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MessaggioInviato: Ven Mag 30, 2008 11:43 pm    Oggetto: Rispondi citando

Umar al faqir ha scritto:
Bismillahi ar-Rahmani ar-Rahìm

Su questo argomento ho appena terminato di leggere un libricino molto interessante che vi segnalo:

L’integrità islamica: né integralismo né integrazione
di Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis)

nota di copertina:
"Secondo Ibn 'Arabi, l'intensità nell'amore di Dio e la pratica della Religione provengono dalla forza inerente alla sincerità della fede, e alla convinzione incrollabile dei credenti espressa nel tasawwuf con il termine sidq.
Il sidq tradizionalmente viene definito come la spada di Allah (sayfu-llahi) sulla terra. Questa nozione è legata a quella di 'grande guerra santa'
(al-gihâdu l-akbar), la guerra interiore che l'uomo deve condurre "contro i nemici che porta in se stesso". Questa spada invisibile simboleggia la forza dell'Islam. Per il mondo moderno essa è il nemico più preoccupante, perché nessuna forza materiale, nessun condizionamento psichico può prevalere su di essa. I Musulmani sono in una situazione di guerra per il semplice fatto che essi esistono. Vengono considerati come dei fanatici perché sono Musulmani, e perché la loro fede in Allah è più forte di tutte le altre credenze, siano essere veritiere e tradizionali oppure menzognere e profane. Ciò che si rimprovera loro in realtà è la loro sincerità e la loro fedeltà all'alleanza divina, contro la quale il modernismo si è eretto ed è insorto."

Dal Libro : L’integrità islamica: né integralismo né integrazione
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assalamu 'alaykum
Umar al faqir


Wa `alaykum asSalam wa RahmatuLlahi wa BarakatuHu!

:roll: Avevo promesso una recensione al fratello che ha curato la traduzione di questo prezioso libretto, alhamduliLlah questo messaggio me l'ha fatto ricordare!

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MessaggioInviato: Sab Mag 31, 2008 7:06 pm    Oggetto: il mondo occidentale ed il perno su cui ruota> Rispondi citando

bismilla'h rahmani rahim,

cari fratelli

le questioni di manomissioni subdole o subliminali di tutte le menti e le culture del mondo per portare uno stereotipo mondiale del modo di vivere diabolico a mio avviso delle nostre societa', e' una missione che Sheitan portera' fino alla fine dei giorni, lo sappiamo tutti.

E' certo che quando uno mette sullo stesso piano la realizzazione materiale e quella spirituale e' ovvio che si trova a confrontarsi solo sul piano materiale in occidente, visto che questa societa' occidentale il piano spirituale non lo considera neppure esistente.

A questo punto per raggiungere scopi materiali, bisogna conformarsi a comportamenti esteriori similari al paese in cui si vuole raggiungere quegli scopi.

Uno che va' nello yemen a studiare la sharia' non avra' gli stessi scopi di uno che va' a londra a fare business. il primo vestira' come ci ha insegnato il Profeta pace e benedizioni su di lui e l'altro si mettera' piuttosto in giacca e cravatta oppure fara' un tale clamore in quelli ambienti che gli chiederanno gentilmente di tornare a casa...e Alla'h ne sa' di piu'.
L'esempio sembra banale ma e' sintomatico del fatto che addirittura basta che uno non vesta nike e blue jeans, non beva coca cola e bevande colorate e abbia la barba invece che essersi raso con gillette 5 lame, per essere gia' considerato tra i disadattati socialmente, fino ad essere considerato un comunista, un anarchico o un U.F.O. o un muslim.

Tanti fratelli vestono la sunna ed attraverso il vestito sono automaticamente isolati dal mondo. Ma questo mi sembra un vantaggio piu' che uno svantaggio, sta' solo a noi vedere se poi anche sul piano materiale il risultato a' consono ai nostri desideri...non penso che uno vesta sunna qui in occidente possa aspirare solo con quel vestito ad avere chissa' quali vertici professionali o economici nella societa', ma nel Corano c'e' scritto che il miglior vestito e' il TAQWA ALLA'H, ossia il timore del Dio altissimo e se per raggiungere i vertici uno avesse paura della gente gia' andrebbe in contraddizione oppure potrebbe darsi, che agisca in questi termini solo per scalare la vetta, ma dubito che una volta ai vertici , uno ci sia arrivato di questi giorni esente da peccati piu\ o meno gravi...e Alla'h ne sa' di piu'.

Cio' che volevo dire e' che questi tempi sono cosi' duri che se noi non cercheremo la fratellanza in Alla'h, rimmarremo schiacciati dal peso di sopportare da soli una religione profondissima dove e' chiaro ed esplicito che l'individuo da solo non ha nessuna possibilita' di contrastare gli attacchi di Sheitan dal volerlo portare fuori strada!!! Per cui la prima minaccia che incombe su di noi e' questo modello di societa' che e' fondato sull'individualismo e l'autoaffermazione, capito questo scegliamoci l'amico e gli amici con cui seguire i passi del Profeta p. e b. su di lui e cerchiamo di seguire le sue orme partendo da quelle piu' visibili.
Non abbiamo altra scelta e questa a' la scelta piu' bella perche' c'e l'ha data Alla'h azoujel.

selam aleykom
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MessaggioInviato: Sab Mag 31, 2008 10:17 pm    Oggetto: Re: il mondo occidentale ed il perno su cui ruota> Rispondi citando

AsSalamu `alaykum wa RahmatuLlahi wa BarakatuHu!

delcorsaro ha scritto:
L'esempio sembra banale ma e' sintomatico del fatto che addirittura basta che uno non vesta nike e blue jeans, non beva coca cola e bevande colorate e abbia la barba invece che essersi raso con gillette 5 lame


:lol:

Citazione:
fino ad essere considerato un comunista, un anarchico o un U.F.O. o un muslim.


"U.f.o." escluso, mi sembrano tutte categorie di cui andare fieri (ovviamente non c'è paragone tra muslim ed il resto, sia chiaro)! :mrgreen:

Citazione:
Cio' che volevo dire e' che questi tempi sono cosi' duri


Hadith del Messaggero di Allah (Pace e Benedizioni su di lui): "Colui che rimane attaccato alla mia Sunnah durante il tempo di "fasad" (male e corruzione) della mia Umma avrà la ricompensa di cento martiri".

'umar andrea

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hupaska
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MessaggioInviato: Mar Mag 14, 2013 10:34 am    Oggetto: Rispondi citando

Pace a tutti voi.

Ho letto con molto interesse l'articolo e in parte è vero, spesso si rischia di trasformare l'idea di integrazione in conformazione, trasformazione e adattamento...
Non è però così dappertutto...

Io lavoro proprio in questo settore, ho selezionato personalmente l'insegnante per le signore del Centro islamico della mia città, una ragazza cristiana, ma correttissima, che ha studiato arabo proprio come ponte di comprensione linguistico e culturale con loro e si trova perfettamente a suo agio tra le donne col velo, così come loro hanno accettato lei che non lo porta, ma le rispetta.
Un'altra (in un corso sempre per donne, ma misto come nazionalità, anche se prevalentemente composto da donne islamiche), è marocchina - musulmana emigrata con la famiglia in Italia quando era bambina, scuole italiane, integrata con le ragazze italiane come amicizia, ma fiera mantenitrice dei propri costumi e portatrice della cultura dei suoi genitori.

Nel nostro corso si insegna l'italiano non con l'intento di annullare la loro cultura o lingua, ma proprio per aiutare queste donne a capire quello che dicono in giro, a renderle autonome se devono fare la spesa, compilare un modulo per la scuola del figlio o proprio poter assistere i loro figli in prima persona anche nei compiti di casa senza dover necessariamente ricorrere a persone esterne. Questo è il fine e la proposta dei nostri corsi.
Anche la maestra italiana non suggerisce nessuna "emancipazione" o soluzione occidentale di problemi familiari e personali, al massimo può dare consigli del tipo "l'Ufficio scolastico si trova in via tal dei tali" oppure a volte fanno un minimo di orientamento ai servizi basilari della città (scuole, posta, uffici comunali, servizi sociali, negozi...), ma tutto qui.
Mi piace anche che spesso siano le corsiste a proporre le attività (es. la condivisione di cucina araba) e non la maestra, che anzi, lo vive come uno scambio sano tipo "io vi insegno la lingua italiana, voi insegnate a me un po' delle vostre tradizioni". Lo scambio e l'integrazione infatti secondo me deve avvenire a doppio senso!

Purtroppo so che in alcuni servizi si cerca di imporre un modo di vivere o una cultura, ma sono servizi che non hanno il mio appoggio, nè quello del Servizio per il quale lavoro. In realtà mi è capitato di confrontarmi con un'associazione che fa queste "crociate morali", ma ho detto quello che pensavo e che qualsiasi cambiamento deve eventualmente nascere dalla persona stessa e dalla sua volontà, non venire imposto o ventilato come soluzione migliore, perchè il meglio per me può essere il peggio per un altro!

Ci tenevo a precisarlo perchè è purtroppo vero quello che scrivete, ma non ovunque o sempre... Non siamo tutti necessariamente avvoltoi pronti a imporci e fare crociate, per fortuna nell'intento di alcuni insegnanti ed educatori è insita anche l'idea di scambio, condivisione e apprendimento...

Le crociate morali, la prevaricazione del libero arbitrio, l'atteggiamento "so tutto io e tu taci e impara" sono proprio una cosa che odio: io non sono altro che un puntino in mezzo a tanta gente, ma non sono l'unica e per quanto riguarda quello che è in mio potere e nelle mie mansioni mi impegnerò solo in confronti costruttivi e nel rispetto delle idee, della cultura e del modo di vivere proprio delle persone con cui entro in contatto...

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MessaggioInviato: Mer Mag 15, 2013 9:19 pm    Oggetto: Rispondi citando

Gentile Hupaska,

L'articolo non era diretto contro ogni singola persona che lavori nell'ambito dell'intercultura (io ho stesso ho fatto quel corso di studi); bensì primariamente all'uso retorico e mediatico del concetto di "integrazione"!..

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hupaska
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MessaggioInviato: Dom Mag 19, 2013 4:39 pm    Oggetto: Rispondi citando

Aurangzeb 'Umarzai ha scritto:
Gentile Hupaska,

L'articolo non era diretto contro ogni singola persona che lavori nell'ambito dell'intercultura (io ho stesso ho fatto quel corso di studi); bensì primariamente all'uso retorico e mediatico del concetto di "integrazione"!..


Si, avevo compreso il fine, voleva solo essere una precisazione sul fatto che per fortuna ci sono diversi insegnanti che cercano veramente uno scambio e non una imposizione.

Avete comunque fatto bene a rilevare questo problema, in modo magari di cercare il più possibile di evitarlo (magari anche involontariamente) da parte i chi insegna, gestisce o organizza questi corsi o iniziative.

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MessaggioInviato: Gio Ott 31, 2013 7:05 pm    Oggetto: Rispondi citando

mi viene in mente quando nei primi anni 60, una cattolicissima americana di origini irlandesi bianchissima latte chiese a Malcolm X " Cosa posso fare io che sono una bianche liberale che non ha pregiudizi contro i neri e vorrebbe aiutare le battaglie per i diritti dei neri stessi"....e Malcolm X gli rispose: "NIENTE!" e se ne andò! Hamdulilah, il suo atteggiamento di li a poco mutò, ma purtroppo la filosofia di fondo del suo pensiero vale ancora (non ovviamente in termini di razze). in genere spesso dietro l'integrazione, dietro l'appoggio all' integrazione ecc, si nasconde la voglia di controllo, cosicchè lo status quo rimanga pressochè immutato e tutto si svolga sotto l'attenta sorveglianza del "colonialista mentale" (e non) di turno che detta tempi modi e forme di questa integrazione

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