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La selvaggia ingiustizia degli Europei di Noam Chomsky

 
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Von Sor
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MessaggioInviato: Sab Mar 08, 2014 4:16 pm    Oggetto: La selvaggia ingiustizia degli Europei di Noam Chomsky Rispondi citando

La selvaggia ingiustizia degli Europei
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Le conquiste spagnolo-portoghesi si accompagnarono ad altrettanto drammatici eventi nella madrepatria. Nel 1492, la comunità ebraica di Spagna fu costretta a scegliere tra l'espulsione e la conversione. Milioni di Mori patirono la stessa sorte quando, nel 1492, la caduta di Granada pose fine ad otto secoli di dominio moresco e dette all'Inquisizione spagnola la possibilità di ampliare il proprio barbaro dominio. I conquistatori distrussero libri e manoscritti di inestimabile valore nei quali si era conservata la ricca tradizione del sapere classico e demolirono un'intera civiltà fiorita sotto il ben più tollerante e colto dominio dei Mori. In tal modo vennero gettate le basi del declino della Spagna e di quel razzismo e ferocia che caratterizzarono la Conquista del mondo: "la maledizione di Colombo", come la definì lo studioso dell'Africa Basil Davidson.
[…]
Gli imperi iberici subirono altri duri colpi quando iniziarono a correre per i mari i pirati inglesi, predoni e mercanti di schiavi, dei quali forse il più noto è Sir Francis Drake. Le ricchezze che egli così riportò in patria possono, come scrisse John Maynard Keynes, "giustamente considerarsi la fonte e l'origine degli investimenti esteri britannici". La regina "Elisabetta riuscì con questi proventi a pagare l'intero debito estero investendone poi una parte... nella "Levant Company" (Compagnia del Levante); grazie ai profitti di quest'ultima nacque la "East India Company" (Compagnia delle Indie Orientali) i cui utili a loro volta... costituirono le fondamenta dei rapporti internazionali dell'Inghilterra". Prima del 1630 la presenza inglese nell'oceano Atlantico non andava oltre le "attività predatorie di mercanti e banditi armati che miravano ad impadronirsi con le buone, o con le cattive, di una parte del patrimonio che le nazioni iberiche possedevano in quella regione" (Kenneth Andrew). Gli avventurieri che gettarono le basi degli imperi mercantili del diciassettesimo e del diciottesimo secolo "si inserirono nell'antica tradizione europea di unire guerra e commercio", sostiene Thomas Brady aggiungendo che "la crescita dello stato europeo come impresa militare" dette origine alla "figura, anch'essa essenzialmente europea, del mercante-guerriero". Lo stato inglese, una volta consolidatosi, si assunse poi in prima persona il compito di portare avanti le "guerre per la conquista dei mercati", togliendolo ai ""cani di mare" elisabettiani con le loro razzie saccheggiatrici" (Christopher Hill).

La "British East India Company" (Compagnia Britannica delle Indie Orientali) ricevette nel 1600 uno speciale statuto (esteso nel 1609 a tempo indeterminato) che dava alla Compagnia il monopolio sul commercio con l'Oriente per conto della Corona britannica. Seguirono guerre brutali tra i vari concorrenti europei, condotte frequentemente con inenarrabile barbarie, che coinvolsero anche popolazioni indigene spesso già impegnate nelle proprie lotte intestine. Nel 1622, l'Inghilterra cacciò i portoghesi dallo stretto di Hormuz, la 'chiave dell'India', conquistando così quest'ultima preziosa preda. Il resto del mondo fu poi spartito nel modo ben noto.

Il rafforzarsi del potere centrale dello stato aveva permesso all'Inghilterra di soggiogare la propria periferia celtica (l'Irlanda, N.d.C.) e poi di applicare, con ferocia ancora maggiore, le tecniche colà sperimentate alle nuove vittime d'oltre Atlantico. Il loro disprezzo per "gli sporchi vaccari celtici che vivono ai margini [dell'Inghilterra]", scrive Thomas Brady, rese più facile agli "inglesi prosperi e civili" di assumere una posizione di preminenza nella tratta degli schiavi mentre "il loro disprezzo... estese la sua ombra dai vicini cuori di tenebra a quelli all'altra estremità dei mari".

Dalla metà del '600 in poi, l'Inghilterra divenne abbastanza potente da poter imporre i "Navigation Acts" (Decreti sulla Navigazione) del 1651 e 1662, con i quali escluse i mercanti stranieri dalle proprie colonie e dette alla sua marina mercantile "il monopolio del commercio del paese" (importazioni), sia "tramite proibizioni assolute" sia con "pesanti obblighi" (come sostiene Adam Smith, considerando queste misure con un misto di riserve e approvazione). Secondo la "Storia Economica Europea di Cambridge" il "duplice obiettivo" di tali iniziative era il raggiungimento del "potere strategico e della ricchezza economica attraverso il monopolio sui commerci marittimi e delle colonie". In questa prospettiva, l'obiettivo britannico nelle guerre anglo-olandesi, combattute tra il 1652 ed il 1674, fu quello di limitare o distruggere il commercio ed i traffici marittimi olandesi, e quindi ottenere il controllo della redditizia tratta degli schiavi. A quei tempi l'area strategica più importante era l'Atlantico, dove si trovavano le colonie del Nuovo Mondo che offrivano enormi ricchezze. I Decreti sulla Navigazione e le guerre estesero progressivamente l'area dei commerci controllati dai mercanti inglesi, i quali poterono arricchirsi attraverso la tratta degli schiavi ed il loro "saccheggio-commercio con l'America, l'Africa e l'Asia" (Hill). In questo processo i mercanti vennero aiutati dalle "guerre coloniali patrocinate dallo stato" e dai vari stratagemmi di politica economica con i quali il potere centrale aprì la strada alla ricchezza privata e ad un tipo di sviluppo a questa subordinato (6).

Il successo dell'Europa, come osservò Adam Smith, fu dovuto alla sua padronanza dei mezzi ed alla cultura della violenza. "Quando la guerra in Europa era già divenuta scienza, in India era ancora uno sport", sostenne a questo proposito John Keay.

[...]

Gli europei "combattevano per uccidere" ed avevano i mezzi per soddisfare la loro sete di sangue. Nelle colonie americane gli indigeni rimasero esterrefatti per la ferocia degli spagnoli e degli inglesi. "Anche all'altro estremo del mondo - ricorda Parker - i popoli dell'Indonesia furono atterriti dalla cieca furia della scienza bellica europea".

Erano finiti i tempi descritti da uno spagnolo del dodicesimo secolo, pellegrino alla Mecca, in cui "mentre i guerrieri sono impegnati in guerra, il popolo rimane tranquillamente a casa".

[...]
Il dominio europeo sul mondo "si appoggiava soprattutto sull'uso costante della forza", scrive Parker. "Fu grazie alla loro superiorità militare, piuttosto che a qualsiasi dote morale, sociale o naturale, che i popoli bianchi di questo mondo riuscirono a creare ed a mantenere, per quanto brevemente, la prima egemonia mondiale della storia" Quel 'brevemente' è comunque oggetto di discussione.
"Gli storici del ventesimo secolo sono concordi nel ritenere - scrive James Tracy riassumendo il suo studio sugli imperi mercantili - che furono usualmente gli europei ad irrompere, sconvolgendoli, nei sistemi commerciali dell'Asia, relativamente pacifici prima del loro arrivo". In tal modo i bianchi del Vecchio Continente introdussero il controllo statale sui commerci in una regione di mercati relativamente liberi, "aperti a tutti coloro che venivano in pace, sulla base di regole largamente conosciute e generalmente accettate". Il loro ingresso violento in questo mondo portò ad una "combinazione, tipicamente se non unicamente europea, tra poteri dello stato ed interessi commerciali, sia sotto forma di un braccio dello stato che gestisce i commerci, sia di compagnie commerciali che agiscono come uno stato".

"L'aspetto principale che differenziava le attività economiche europee dalle reti di scambio indigene in varie parti del globo", conclude Tracy, è che gli europei "organizzarono le loro maggiori imprese commerciali o come un'estensione dello stato... o come compagnie autonome... che avevano molti dei caratteri tipici dell'autorità statale", ed erano sostenute comunque dal potere centrale della madrepatria.
Il Portogallo fu il primo ad aprire questa strada imponendo tributi sui commerci asiatici, "prima minacciando i traffici marittimi (di quella regione, N.d.C.)", poi vendendo semplicemente la sua protezione, senza fornire altri servizi in cambio. "In termini moderni", fa notare Pearson, "si trattava precisamente di un racket del pizzo".
Ma ben presto i più potenti avversari europei del Portogallo s'impadronirono del giro delle estorsioni, usando in maniera più efficace la violenza ed introducendo forme più sofisticate di gestione e di controllo. Se i portoghesi non avevano "alterato radicalmente la struttura [del] sistema tradizionale di scambio", questa fu completamente 'distrutta' dagli olandesi. Le compagnie inglesi ed olandesi "usavano la violenza in modo molto più selettivo, e quindi razionale", dei loro predecessori portoghesi:
"La forza veniva impiegata solo per fini commerciali... ed aveva come limite la disponibilità del bilancio". Oltre tutto le forze armate al loro comando, e la base economica in patria, erano di gran lunga superiori. I britannici, immuni dalla 'malattia olandese', progressivamente soppiantarono i loro maggiori rivali. Secondo quanto scrisse Adam Smith, un importante aspetto del 'decisivo' contributo dato dalle colonie alla 'potenza dell'Europa' ed al suo sviluppo interno, fu proprio il ruolo dominante del potere e della violenza di stato

La Gran Bretagna è stata a lungo considerata un'eccezione rispetto alla regola della centralità del potere e della violenza di stato nello sviluppo economico, e la tradizione liberale britannica ha sempre ritenuto che questo fosse il segreto del suo successo. Ma tali ipotesi vengono messe in dubbio da un'accurata reinterpretazione storica della sua ascesa ad opera di John Brewer. L'emergere della Gran Bretagna, tra la fine del '600 e gli inizi del '700, "come il "wunderkind" ['bambino prodigio'] militare dell'epoca" che esercitava la sua autorità su popolazioni soggiogate in terre lontane "spesso in modo brutale e barbaro", sostiene Brewer, coincise con una "sorprendente trasformazione nel governo britannico, che aggiunse i muscoli alle ossa del corpo politico del paese". Contrariamente alla tradizione liberale la Gran Bretagna, in quel periodo, divenne uno "stato forte", "uno stato fiscal-militare", grazie ad "un forte aumento del prelievo fiscale" e ad "una vasta amministrazione pubblica dedita all'organizzazione delle attività tributarie e militari dello stato". Quest'ultima diventò così "il più importante protagonista della vita economica" ed uno degli stati più potenti d'Europa, "giudicato secondo il criterio della capacità di prelevare sterline dalle tasche della gente e di mettere soldati sul campo di battaglia e marinai sugli oceani".
"Lobby, organizzazioni commerciali, gruppi di mercanti e di finanzieri, lottavano o si associavano tra di loro per trarre vantaggi da quella che era divenuta la più importante creatura del mondo economico, lo Stato".
[…]
Non c'è da meravigliarsi quindi se coloro che si sentono più forti sostengono le regole della 'libera concorrenza'; regole che, comunque, non hanno mai mancato di piegare ai propri interessi. Basti ricordare come gli apostoli del liberismo economico non abbiano mai neppur preso in considerazione la possibilità di accettare quella "libera circolazione della manodopera... da un luogo all'altro" che costituisce, come fece notare Adam Smith, una delle basi del libero scambio.
[…]


Funzionari britannici, commercianti ed investitori "accumularono enormi fortune", guadagnando "ricchezze maggiori di quelle sognate da un avaro" (Parker). Questo fu vero soprattutto nel Bengala che, continua Keay, "fu destabilizzato ed impoverito da un disastroso esperimento di governo a sovranità limitata" - uno dei tanti 'esperimenti' condotti nel Terzo Mondo che non si può certo dire siano andati a vantaggio di chi li ha subiti. Due storici inglesi dell'India, Edward Thompson e G. T. Garrett, hanno descritto i primi anni dell'India britannica come "forse il punto più alto mai raggiunto dal guadagno illecito", "una brama d'oro, paragonabile solo a quella degli spagnoli dell'era di Cortés e di Pizarro, si impadronì degli inglesi. Il Bengala, in particolare, non avrebbe ritrovato la pace finché non fosse stato dissanguato".

Significativo il fatto, fanno notare, che una delle parole indù ad essere entrata nel vocabolario inglese sia stata proprio 'loot' (saccheggio) .


La sorte del Bengala sottolinea alcuni elementi importanti della Conquista. I guerrieri-mercanti europei a quel tempo avevano visto nel Bengala una delle prede più ricche del mondo, mentre ora Calcutta ed il Bangladesh sono veri e propri simboli della miseria e della disperazione. Uno dei primi visitatori inglesi lo descrisse come "una terra magnifica, la cui ricchezza e abbondanza non potrebbero essere eliminate da guerre, pestilenze o dominazioni". Molto tempo prima, il viaggiatore marocchino Ibn Battuta aveva descritto il Bengala come "un paese di vaste dimensioni, nel quale il riso è estremamente abbondante. Anzi, non ho visto nessuna regione della terra dove vi siano provviste in cosi gran quantità". Nel 1757, lo stesso anno (della battaglia) di Plassey, Clive descrisse il centro tessile di Dacca come "grande, popoloso e ricco quanto la città di Londra"; ma nel 1840, secondo la testimonianza di Sir Charles Trevelyan davanti al Comitato Ristretto della Camera dei Lords, il numero dei suoi abitanti era sceso da 150 mila a 30 mila: "La giungla e la malaria stanno guadagnando terreno... Dacca, la Manchester dell'India una volta fiorente, è ora divenuta una città molto piccola e povera". Oggi è la capitale del Bangladesh.

Il Bengala allora era rinomato per il suo cotone pregiato, adesso scomparso, e per l'eccellenza dei suoi tessuti, ora importati. Dopo la conquista britannica, come scrisse il mercante inglese William Bolts nel 1772, i commercianti inglesi, usando "ogni possibile trucco", "acquistavano le stoffe dei tessitori ad un prezzo molto inferiore al loro valore". "Vari ed innumerevoli erano i metodi usati per colpire i poveri tessitori... multe, arresti, fustigazioni, l'imposizione di dazi sulle merci, eccetera". "L'oppressione ed i monopoli" imposti dagli inglesi "sono stati la causa del declino dei commerci, della diminuzione delle entrate e dell'attuale rovinosa situazione del Bengala".
Adam Smith, forse basandosi su quanto sostenuto da Bolts, il cui libro faceva bella mostra nella sua biblioteca, scrisse quattro anni dopo che nello scarsamente popolato e "fertile paese" del Bengala, "tre o quattrocentomila persone muoiono di fame ogni anno". Questa situazione è il frutto delle "arbitrarie normative" e "sconsiderate limitazioni" imposte dalla potente Compagnia sul commercio del riso, che trasformano "la scarsità in carestia". "Non era insolito" che i funzionari della Compagnia, "quando il capo prevedeva che l'oppio avrebbe reso un maggiore profitto", facessero scassare "un fertile campo di riso o di grano... per sostituirlo con una piantagione di papaveri". Le condizioni miserevoli del Bengala "e di altre colonie inglesi" sono la conseguenza delle politiche della "Compagnia mercantile che opprime e domina le Indie Orientali".
[…]
La "British Royal Industrial Commission" nel 1916-1918 ricordava come, al momento dell'arrivo dei "mercanti di ventura occidentali", lo sviluppo manifatturiero dell'India non fosse "inferiore a quello delle nazioni europee più avanzate" anzi, probabilmente, come osserva Frederick Clairmonte citando studi britannici: "Sino all'avvento della rivoluzione industriale le fabbriche indiane erano di gran lunga più avanzate di quelle dell'Occidente". Le leggi parlamentari del 1700 e del 1720 vietarono poi le importazioni di tessuti stampati dall'India, dalla Persia e dalla Cina; tutte le merci sequestrate in contravvenzione a queste leggi dovevano essere confiscate, vendute all'asta e riesportate. I tessuti di cotone stampati dell'India vennero così messi fuori legge, e con essi "qualsiasi indumento o accessorio... sopra o intorno a qualsiasi letto, cuscino, tenda o qualunque altro tipo di arredamento o mobili per la casa". In seguito, il sistema fiscale coloniale si accanì anche contro la produzione ed il commercio dei tessuti all'interno del paese, così che l'India fu obbligata a comprare tessuti inglesi di qualità inferiore.
[…]

A questo proposito Jawaharlal Nehru scrisse come "salta agli occhi il fatto, importante, che le zone dell'India rimaste più a lungo sotto il dominio britannico siano oggi le più povere", e ancora: "In effetti si potrebbe tracciare un grafico che mostri visivamente lo stretto rapporto tra la durata del dominio britannico e la crescita progressiva della povertà". Del resto, alla metà del '700, l'India era relativamente sviluppata, e non solo nel settore tessile; basti pensare che "l'industria delle costruzioni navali era così avanzata che una delle ammiraglie inglesi, usata durante le guerre napoleoniche, era stata costruita in India da un'azienda locale". Durante il dominio britannico entrarono invece in crisi, oltre al settore tessile, anche altre importanti industrie quali "la cantieristica navale, la metallurgia, la produzione del vetro, della carta ed altri settori dell'artigianato"; in tal modo, bloccando la crescita di nuove industrie, Londra impedì lo sviluppo dell'India facendola divenire "una colonia agricola dell'Inghilterra industriale". Mentre l'Europa conosceva il fenomeno dello sviluppo delle città, l'India "diventò sempre più rurale", con un rapido incremento percentuale degli abitanti che dipendevano dall'agricoltura. Secondo Nehru, sarebbe questa "la prima e vera causa della spaventosa povertà del popolo indiano". Nel 1840, uno storico britannico dichiarò davanti ad una commissione parlamentare d'inchiesta: "L'India è un paese sia manifatturiero che agricolo; il tentativo di limitare le sue attività economiche alla sola agricoltura significa voler degradare il livello della sua civiltà". E ciò, come osserva Nehru, fu esattamente quel che successe durante "il tirannico impero" britannico (15).
[…]


I teorici della democrazia del ventesimo secolo sostengono che "la gente comune deve rimanere al suo posto", in modo che "gli uomini responsabili" possano "vivere liberi dal calpestio e dal ruggito della massa smarrita", di "estranei ignoranti e impiccioni" il cui 'ruolo' dovrebbe solamente essere quello di "spettatori interessati degli eventi", non di protagonisti. Salvo poi esprimere periodicamente il loro sostegno all'uno o all'altro esponente della classe dirigente (con le elezioni), e quindi tornare ad occuparsi dei loro affari privati (Walter Lippmann). La gran massa della popolazione "ignorante e mentalmente ritardata" deve essere quindi tenuta al suo posto per il bene comune, nutrita di "illusioni necessarie" e di "semplificazioni dalla grande efficacia emotiva" (Robert Lansing, segretario di Stato sotto Wilson, e Reinhold Niebuhr). I 'conservatori' in fondo si caratterizzano solamente per la maggiore adulazione degli 'uomini saggi' che governano di diritto - al servizio dei ricchi e dei potenti, una piccola annotazione, questa, regolarmente dimenticata .

La plebaglia deve essere istruita nei valori della subordinazione e della gretta ricerca dell'interesse personale entro i parametri stabiliti dalle istituzioni padronali; una vera democrazia, con la partecipazione ed il protagonismo popolare, costituisce una minaccia da sopprimere. E' un tema ricorrente nella storia, sebbene si presenti sotto nuove forme.
[…]
I documenti storici sono zeppi di appelli alla volontà divina, di missioni civilizzatrici, di interventi umanitari, di cause nobili, eccetera. Se si dovesse credere ai maestri dell'autoadulazione, il paradiso dovrebbe essere così pieno da straripare .

Le loro fatiche comunque non sono prive di risultati. Tra le classi istruite, le favole delle missioni umanitarie e degli aiuti sono da tempo ascese a livello di verità dottrinali, e gran parte dell'opinione pubblica sembra crederci. Nel 1989, la metà dei cittadini americani credeva che gli aiuti all'estero costituissero la voce più importante del bilancio federale mentre invece a quell'epoca gli Stati Uniti erano scesi, con un misero 0,21% del P.N.L., all'ultimo posto tra i paesi industrializzati. Coloro che prestano ascolto ai loro 'tutori' potrebbero persino credere che la seconda voce del bilancio dello stato sia costituita dalle Cadillac per le madri che usufruiscono dell'assistenza pubblica.

Le popolazioni sottomesse trovano però strani modi di esprimere la loro gratitudine. La figura principale del nazionalismo indiano moderno sosteneva che "l'unico paragone possibile" con il Viceré inglese "potrebbe essere Hitler". L'ideologia del dominio britannico "era quella della razza superiore e dominatrice", un'idea "inerente all'imperialismo" che "veniva sostenuta chiaramente dalle autorità" e si manifestava nel fatto che gli indiani "erano sottoposti ad insulti ed umiliazioni, e trattati con disprezzo". Scrivendo da una prigione britannica nel 1944, Nehru era consapevole delle intenzioni benevole dei sovrani.
[…]
Non sarebbe comunque giusto sostenere che le atrocità passino senza essere notate. Uno dei carnefici più noti del tempo fu il re Leopoldo del Belgio responsabile della morte di forse 10 milioni di abitanti del Congo. Le sue conquiste ed i suoi difetti sono debitamente registrati nella "Enciclopedia Britannica" che descrive "l'enorme fortuna" da lui accumulata tramite "lo sfruttamento di quel vasto territorio". L'ultima riga della voce, piuttosto lunga, recita: "Ma egli mostrava un duro cuore agli indigeni del suo lontano possedimento". Mezzo secolo dopo, Richard Cobban, nella sua "Storia della Francia Moderna", rimproverò a Luigi Sedicesimo di non aver protetto gli interessi della Francia nelle Indie Occidentali. Alla tratta degli schiavi, sulla quale questi interessi si basavano, è dedicato solo un piccolo inciso: "La sua moralità ancor oggi è a malapena oggetto di discussione".

_________________
'Abdullah bin 'Umar [...] said:"Muhammad used to fight against the pagans, for a Muslim was put to trial in his religion (The pagans will either kill him or chain him as a captive). His fighting was not like your fighting which is carried on for the sake of ruling."

“il 66 per cento della produzione mondiale di cereali è destinato alla alimentazione degli animali dei paesi ricchi” Ibid.


"Questa vita terrena non è altro che gioco e trastullo. La dimora ultima è la vera vita, se solo lo sapessero!" Al Ankabut 64

Quando ho cominciato ad usare la dinamite, allora credevo anch'io in tante cose, in tutte... e ho finito per credere solo nella dinamite.

"In verità dovrai morire" Corano (29;39)
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