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In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso Dì, "Egli, Allah è Unico, Allah è l'Assoluto. Non ha generato, non è stato generato e nessuno è eguale a Lui". (Corano 112, 1-4)
 
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L'Islam che conosco

 
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Inviato: Sab Feb 24, 2018 6:02 pm    Oggetto: Ads

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MessaggioInviato: Mar Set 27, 2011 9:00 pm    Oggetto: L'Islam che conosco Rispondi citando

All’inizio di agosto 2010 sono stata in Tunisia a trovare i genitori di mio marito.
A loro dedico questa riflessione.

L’Islam che conosco ha molti volti, volti di persone concrete, volti che dicono affetto, amicizia, rispetto.
L’Islam che conosco ha tanti nomi, tutti cari al mio cuore, ma due sono quelli che voglio qui ricordare: Mohamed e Yemna.
Mohamed, per me che appartengo ad un’altra fede religiosa, è un esempio prezioso di fedeltà a Dio.
Tante volte ho sentito parlare di preghiera continua. In Mohamed penso di averla vista.
Dio è al centro della sua giornata ed il tempo, parte del quale trascorso nella cura dell’anziano padre, è ritmato dai versetti del Corano, custoditi nel cuore e innalzati al cielo anche quando la bocca resta muta.
Yemna è una donna semplice e determinata, che all’interno della famiglia ha saputo miscelare autorità e libertà, una donna intraprendente, aperta a nuove sfide, una donna paziente nel sopportare la sofferenza fisica che negli ultimi anni la sta mettendo a dura prova.
Ben ancorata alla propria fede, anche lei scandisce il tempo nel nome di Dio ed è sempre puntuale ai cinque appuntamenti della preghiera.
Quest’anno ho avuto la gioia di condividere con loro i primi cinque giorni di Ramadan, che sintetizzerei in quattro parole: digiuno, preghiera, silenzio, ascolto.
Digiuno
Il digiuno, secondo la prescrizione del Corano, dura dall’alba al tramonto.
Chi lo pratica, lo fa in obbedienza ad un precetto religioso, comune anche ai cristiani (“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio” Mt. 4,4), ma anche da un punto di vista puramente umano si tratta di un’esperienza estremamente utile per comprendere meglio il valore del cibo e dell’acqua e le sofferenze di chi è privato di questi beni essenziali.
Non sono state organizzate grandi abbuffate dopo il tramonto, come spesso si crede.
Tre datteri e un po’ di latte per interrompere il digiuno, quindi una cena sobria a base di minestra, carne, verdura e frutta.
Preghiera
La preghiera è il respiro della giornata. Il primo e l’ultimo pensiero sono per Dio. Che bello vedere Mohamed che nel cuore della notte si alza per recarsi in Moschea; che bello vederlo tornare dalla preghiera del pomeriggio con il sorriso sereno di un uomo appagato dall’obbedienza alla propria fede e con un cesto di frutta da condividere nella cena della sera.
Che bello vedere Yemna mentre fa scorrere tra le dita il Tasbeeh, il rosario musulmano, praticando “quella forma di preghiera presente nella tradizione spirituale dell’Islam che è il dhikr: il ricordo incessante di Dio, la ripetizione del suo Nome per dimenticare tutto ciò che non è Dio”.
Silenzio
Quando gli impegni di lavoro e di famiglia lo permettono, parte della giornata trascorre in silenzio. Ci si ritira nella propria stanza per leggere il Corano, riflettere sulla propria vita e possibilmente decidere qualche passo sulla via della conversione.
La jihad, termine tra i più abusati e meno compresi, anche dagli stessi musulmani, significa prima di tutto sforzo, lotta interiore per sconfiggere il male e permettere ai semi di bene di fiorire.
Ascolto
Da queste parti è impossibile dimenticarsi di Dio. Anche il non credente più convinto non può fare a meno di misurarsi con questa realtà. Le parole del Corano risuonano nelle città diffuse dagli altoparlanti collocati sui minareti, cadono come pioggia sulle case, sulle strade, sui cuori. A volte trovano terreno fertile e producono frutti. Da qualcuno vengono ascoltate e presto dimenticate, da altri accolte con indifferenza.
Anche qui alcune pratiche religiose rischiano di essere vissute per abitudine, senza un vero coinvolgimento interiore. Un po’ come capita per il nostro Natale ridotto, per molti, a spettacolo consumistico nel quale l’evento che si celebra resta sullo sfondo o è addirittura ignorato.
Non è il caso di Mohamed e Yemna.
Per loro la fede è una cosa seria. È il senso della loro vita.
A tutti quelli che non stimano i musulmani, a quelli che li temono e, per usare le parole di un noto personaggio, vorrebbero “estirpare i germi dell’Islam dalla nostra terra”, auguro di incontrare persone come Yemna e Mohamed.
Forse si sentirebbero meno minacciati e, se credenti, incoraggiati a vivere la propria fede in modo sempre più autentico.

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Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.
E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti.
In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri
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MessaggioInviato: Mar Set 27, 2011 10:28 pm    Oggetto: Rispondi citando

Benvenuta tra noi..:)

Ci fa molto piacere leggere queste tue considerazioni.
Speriamo inchallah che questo forum ti aiuti a capire ancora meglio i musulmani e l'islam.

Citazione:
"Per loro la fede è una cosa seria. È il senso della loro vita. "..


Perchè cosi è, e deve essere inchallah. Dio non deve essere l'ultimo dei nostri pensieri!
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MessaggioInviato: Mer Set 28, 2011 3:26 pm    Oggetto: Rispondi citando

grazie per aver condiviso con noi questa tua bella esperienza molto belle le parole che hai usato per descrivere i tuoi suoceri e la loro fede mashAllah..

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«Ricordati sempre di Allah e te lo troverai davanti,riconosci Dio nella prosperità ed Egli
ti riconoscerà nell'avversità,sappi che ciò che ti è mancato non ti era destinato e ciò che hai avuto non poteva mancarti, sappi che la vittoria viene con la pazienza, il sollievo dopo l'afflizione e con la difficoltà la soluzione..
(Tirmidhi)
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MessaggioInviato: Dom Ott 02, 2011 4:57 pm    Oggetto: L'ISLAM CHE CONOSCO Rispondi citando

Mi farebbe piacere sapere cosa pensate di queste riflessioni di Adnane Mokrani

Da ‘La mia odissea dialogica’ di

Da Tunisi a Roma
….
La scoperta del Cristianesimo per me non è stata un Ordo universitario oppure una bella biblioteca pontificia. Certamente i libri e i corsi sono utili e necessari, ma la cosa più importante è l’incontro umano. E’ incredibile e affascinante incontrare una persona di un continente diverso, con una lingua, una cultura e una religione diversa: tutto sembra insolito e insuperabile. Ciò nonostante, si può non solo comunicare ma anche trovarsi l’uno nell’altro e scoprire un’unità trascendente, che costituisce il nucleo della nostra umanità e divinità. Prendere il Vangelo o il Catechismo della Chiesa cattolica, oppure il Corano e la Sunna per i musulmani, e dire “questo è il cristiano” oppure “questo è il musulmano”, è riduttivo e mistificante. C’è tanta diversità e pluralità nel mondo concreto, non solo tra destra e sinistra, conservatori e riformisti, spirituali e canonici …ma anche tra persona e persona, tra un paese e un altro. E così si scopre che dietro la classificazione tradizionale delle religioni c’è un’altra classificazione basata sulla religiosità, sui modi di vivere e di comprendere la propria religione. Ho incontrato cristiani che vivono la loro fede in un modo così profondo, da consentire una dimensione più larga e un orizzonte più ampio alla mia esperienza religiosa. Altri mi fanno ricordare alcuni sceicchi polemici e autoritari. Comunque si dialoga e s’impara con tutti: con gli aperti s’impara l’apertura e con i chiusi s’impara la pazienza.
Ascoltare l’altro, diverso, pienamente, anche quando parla in modo veemente, secondo la mia piccola esperienza è un esame decisivo e una sfida importantissima per l’uomo religioso, che mostra concretamente se si è liberato da quell’egoismo che assume spesso forme molto sfumate per non dire religiose. Il dialogo stesso è un modo ascetico di purificazione interiore. Non sono mistico per educazione, ma confesso che la mia esperienza romana mi ha aiutato a riscoprire la dimensione spirituale della mia religione, soprattutto quella del dialogo come spiritualità.
Capire e apprezzare il cristianesimo non significa necessariamente diventare cristiano, nel senso canonico della parola. Ma nel mio caso il cristianesimo fa ormai parte della mia formazione e del mio bagaglio culturale e, si può dire, anche della mia identità, se consideriamo l’identità come un percorso evolutivo complesso, che abbraccia quello che abbiamo ereditato, quello che conquistiamo e quello che facciamo. Una volta che si supera il primo choc e si familiarizza con il nuovo linguaggio e i suoi concetti, si può essere anche creativi in questo spazio simbolico. Mi sono convinto di questo quando ho conosciuto l’obiettività di alcuni professori cristiani che insegnano l’islam nelle Università Pontificie. Con un’obiettività relativa, o piuttosto con una soggettività positiva, un cristiano non può presentare l’islam ai suoi correligionari; lo stesso per un musulmano che insegna il cristianesimo, senza un minimo di coinvolgimento, compassione e un certo senso d’adesione o d’identificazione anche parziale, oserei dire. Questo non significa un sincretismo superficiale, ma invece la capacità del credente di diventare un ponte di mediazione e di traduzione concettuale e culturale tra due mondi diversi, ma non totalmente separati.
E così scopriamo insieme, musulmani e cristiani, una nuova dimensione della missione, da‘ wa, come cooperazione per un progetto comune: la realizzazione del potenziale umano che c’è dentro ognuno di noi, l’umanizzazione dell’essere umano e di tutta l’umanità. Ciò rispondendo alla domanda esistenziale: cosa vuole Dio da noi tutti e che tipo di uomo vogliamo educare? Forse esagero un po’ parlando di una missione interreligiosa, che in questo momento potrebbe apparire una meta lontana, ma di cui già ora scorgo i segni. Il viaggio di mille miglia comincia con piccoli passi, e la speranza, alla fin fine, è il messaggio per eccellenza delle religioni.
Oggi per salvare la nostra Casa comune, la Barca celeste, è necessario avere il coraggio di fare un passo decisivo: espressivo e comprensivo verso l’altro, così come l’altro ci accoglie e ci invita a casa sua.



da Maestri e compagni

Ho approfondito la conoscenza di p. Christian [van Nispen tot Sevanaer, gesuita olandese, professore di filosofia e studi islamici presso la Facoltà copto-cattolica del Cairo] leggendo il suo libro “Chrétiens et Musulmans, frères devant Dieu?”, un testo che mi ha confermato nella mia fede dialogica. Mi sono ritrovato nel libro, rappresenta un po’ la mia storia raccontata da un cristiano, o piuttosto lo stesso cammino in direzione opposta ma complementare. Mi ha colpito, per esempio, la sua amicizia profonda con lo shaykh Mahmoud Ragab e la sua famiglia, divenuta la famiglia adottiva del giovane gesuita Christian. Egli dice nel libro:
Il dialogo interreligioso nel pensiero e nell’esperienza di p.Christian, nella mia percezione, è un pellegrinaggio verso l’incontro con Dio nei cuori degli uomini, un puro atto religioso in sé, e non un’attività diplomatica al margine della vita religiosa. Dal dialogo nasce e si nutre tutta una spiritualità, la spiritualità dell’incontro umano, della conoscenza reciproca in Dio, scoprendo insieme che le differenze vissute nella sincerità sono una grande ricchezza voluta da Dio stesso; Dio ha voluto il mondo plurale e vario, è una sunna divina, una legge intrinseca alla natura del cosmo:
O uomini, in verità Noi vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli vari e tribù a che vi conosceste a vicenda, ma il più nobile fra di voi è colui che più teme Iddio. In verità Dio è sapiente e conosce, Corano (49:13).
A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per mettervi alla prova in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia, Corano (5:48).
Questa è l’”emulazione” sacra di cui parla p. Christian in una delle sue conferenze, una gara nel bene dell’umanità, al servizio di tutti. Però questa gara nel bene tra le religioni non è possibile senza una certa “liberazione spirituale”, ovvero quella “spiritualità della liberazione”, menzionata da p.Christian. C’è bisogno di una vera liberazione delle religioni dalle ideologie del dominio e del potere, dalle teologie dell’esclusione e della paura, una vera liberazione dall’egoismo individuale e collettivo, personale e comunitario, che impediscono di vedere nell’altro i segni della verità, della bontà e della bellezza, confiscando e privatizzando così i doni infiniti del Dio Clemente. Dio non è nostra proprietà, Dio è sempre più grande, Allāhu Akbar, soprattutto delle nostre immagini assolutizzate, dei nostri idoli mentali e psichici, che riflettono i nostri limiti, mentre crediamo ciecamente che siano manifestazioni del Vero, .
P.Christian parla di due grandi ponti di dialogo e di avvicinamento tra cristiani e musulmani: la preghiera e la solidarietà spirituale. Il ritorno alla preghiera vera, quella del cuore, è il ritorno all’esperienza religiosa stessa, all’incontro con il divino che è la Fonte di ogni vita. Lì si trova la religione dell’Amore, di cui parlava Ibn ‘Arabī (1165/1240).
La preghiera è un atto di liberazione da tutto ciò che ci separa dalla Luce divina, da tutte le false paure, dall’altro sconosciuto o ignorato, paure che rappresentano una mancanza di fede e di fiducia in Dio, una mancanza di islām, cioè di accettazione della volontà divina, che è sovrana.
Il secondo ponte di cui parla p. Christian è la solidarietà: il servizio e il donarsi umilmente e spontaneamente. La solidarietà interreligiosa è la liberazione da una certa solidarietà guerriera che guarda solo dentro i confini comunitari, una falsa solidarietà che riflette il grande ego collettivo, la somma dei piccoli egoismi individuali….
Da ‘Mistica del dialogo’
Il senso del dialogo
Parlare troppo di una cosa può significare la sua mancanza oppure l’urgenza di renderla presente. Questo mi sembra possa valere anche per il dialogo interreligioso. Il vero dialogo dunque comincia quando gli interlocutori non usano più la parola dialogo, ma quando quest’ultimo diventa per loro una seconda natura, un modo di essere e di agire che va da sé. Due amici si parlano, non pensano mai che stanno facendo dialogo, sono amici e basta. L’amicizia non significa essere la fotocopia l’uno dell’altro, poiché siamo diversi per natura. Solo gli estranei usano la parola dialogo per sottolineare i confini.
A mio avviso, il dialogo è un’ontologia divina, umana e cosmica assieme, che ha un significato e un ruolo esistenziali. Per questa ragione il dialogo non è solamente una necessità pragmatica per gestire i rapporti tra diverse comunità o risolvere i problemi di una convivenza in crisi; questo aspetto è senz’altro importante, ma non è giusto ridurre il dialogo a un dipartimento degli affari esteri religiosi e/o politici. Il dialogo è un modo di essere e di agire che abbraccia tutto. Senza l’appoggio di una spiritualità dialogale, che trova la sua giusta espressione nella teologia e nel pensiero religioso in generale, il dialogo rischierebbe di diventare una vetrina diplomatica marginale e superficiale.
Partendo da questa osservazione, il dialogo non è un’attività tra le altre, ma un tipo di religiosità tra altri tipi di religiosità. Ma di quale tipo di religione e di religiosità stiamo parlando? Prima di cercare di rispondere a queste domande (forse con altre domande), cominciamo ad analizzare il senso e il ruolo della religione.
Parto da un’ipotesi: il ruolo della religione è di darci il significato ultimo del mondo e di noi stessi e il motivo per scegliere e agire alla luce di questo significato. Non sostengo che solo la religione possiede il monopolio del significato e della motivazione. Ci sono forme laiche di pensiero che cercano di sfidare o sostituire le forme tradizionali della religione, che possiamo considerare come pseudo-religioni o religioni tout court nel senso ampio del termine, perché assumono un ruolo quasi religioso come generatori di significato.
In questo contesto, insisto sull’unità dei diversi aspetti della religione: l’intenzione e l’azione, l’interiorità e l’esteriorità, l’esperienza religiosa e la sua espressione filosofica, teologica, artistica, morale, sociale, politica, ecc. Tale unità richiede un equilibrio e uno scambio tra queste dimensioni. Per fare un esempio, un pensiero teologico distaccato dall’esperienza spirituale rischia di essere un linguaggio di potere e di dominio.
Ci si può chiedere giustamente quali tipi di religiosità permettono un vero dialogo e quando una religione o un tipo di religione o un tipo di religiosità diventano un ostacolo.
Partendo dalla mia esperienza e dalla mia comprensione del ruolo della religione, ritengo che il principale ostacolo è l’egoismo, in altre parole il rifiuto, la paura dell’altro e la voglia di dominarlo, la chiusura entro i confini dell’ego e l’imprigionamento nei particolarismi. In questo senso l’egoismo è antireligioso per definizione, è semplicemente satanico. La prima parola pronunciata da Iblīs (Satana) quando Dio gli ha chiesto perché avesse rifiutato di prostrarsi davanti ad Adamo è stata: Io, Io, sono migliore di lui, hai creato me di fuoco, mentre hai creato lui di fango. Corano (7:12), (38:76). Il primo peccato è il razzismo.
Il ruolo principale della religione, secondo questa considerazione, è dunque di liberarci dall’ego individuale e dall’ego collettivo. Si parla del primo e raramente del secondo. In primo luogo perché le religioni hanno in genere condannato l’egoismo individuale, ma essendo costruttrici di comunità, hanno rinforzato, volendolo o no, il comunitarismo, o quello che chiamiamo oggi il tribalismo planetario. Quando una comunità cessa di essere uno spazio di crescita spirituale e diventa un assoluto in sé, si trasforma in tribù, una prigione per la persona. In secondo luogo, perché l’egoismo collettivo è nascosto dietro il pesante velo della collettività, in cui la responsabilità non è ben chiara. Il subconscio collettivo sa come difendersi con argomenti nazionalisti o religiosi, sa come fare per giustificare e abbellire il suo razzismo etnico o religioso. L’ultimo è spesso meno nominato e perciò meno condannato.

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MessaggioInviato: Dom Ott 02, 2011 5:13 pm    Oggetto: Re: L'ISLAM CHE CONOSCO Rispondi citando

Ciò che unisce ha scritto:
Mi farebbe piacere sapere cosa pensate di queste riflessioni di Adnane Mokrani


Onestamente?
Non-sense.

A chi parla spesso di dialogo vorrei chiedere: a quale scopo?

Per rispettarsi come esseri umani e creature e riconoscere il "diritto" reciproco a professare la rispettiva religione?

In tal caso, l'Islam ha promosso il "dialogo" da sempre, non è nulla di nuovo e non vedo cosa vi sia da stupirsi.

Ma poi, dopo di questo?

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MessaggioInviato: Dom Ott 09, 2011 7:40 am    Oggetto: Il senso delle cose Rispondi citando

Mi dispiace che tu non trovi nessun senso nelle parole di Adnane Mokrani.
Evidentemente abbiamo idee diverse a proposito della parola "dialogo".

Spesso sento parlare di tolleranza. Confesso che questo termine, usato a volte per indicare il rispetto per gli altri, non mi piace.
La parola "tolleranza", così come viene intesa da molti è parente della parola "sopportazione".
Dire a qualcuno "ti tollero", "ti sopporto" può anche voler dire: se potessi scegliere ti allontaneri, ti farei cambiare idea, ti costringerei a rinnegare le tue convinzioni e le tue abitudini. Poichè non posso fare ciò accetto che tu viva accanto a me.. Le prese di posizione di alcuni a proposito delle ondate migratorie, che caratterizzano il nostro tempo (soprattutto se i migranti provengono da paesi ismamici) vanno in questo senso.

Da tutto ciò vorrei prendere le distanze.

Riconoscere all'altro il diritto ad esistere non vuol ancora dire dialogare.
Certo questo riconoscimento è il presupposto necessario per avviare il dialogo, ma secondo me si deve andare oltre.
Alcuni temono il dialogo perchè vedono in esso un rischio, il rischio di allontanarsi dalla propria fede, di scivolare in un sincretismo religioso superficiale quanto inopportuno.
La paura dell'incontro è nemica del dialogo.
Ciascuno di noi nel professare la propria fede evidentemente è convinto della verità in essa contenuta; ma ciò non impedisce di cercare e trovare ciò che di vero, di buono e di giusto è contenuto nelle altre fedi.

Scrive Ibn `Arabî:

Si è fatto, ormai, il mio cuore
capace di ogni forma:
per le gazzelle è un pascolo,
ed è convento ai monaci cristiani;

si fa tempio per gli idoli,
e Ka`ba ai pellegrini;
tavola di Torà,
e libro del Corano.

Seguo la religione dell'amore:
in qualunque regione mi conducano
i cammelli d'amore, là si trovano
la mia credenza e la mia religione.


Credo che la via dell'amore sia l'unica capace di aprire il cuore al dialogo, al di là delle differenze che vanno riconosciute, ma che non dovrebbero divetare il pretesto per una chiusura preconcetta.

"Fratelli, aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte.
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l'amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l'amore, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l'amore, niente mi giova.
L'amore è paziente, è benigno l'amore; non è invidioso l'amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.
Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
L'amore non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l'amore; ma di tutte più grande è l'amore! (Paolo ai Corinti)


"A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per mettervi alla prova in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia". Corano (5:48).

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MessaggioInviato: Lun Ott 10, 2011 12:53 am    Oggetto: Re: Il senso delle cose Rispondi citando

Ciò che unisce ha scritto:
Mi dispiace che tu non trovi nessun senso nelle parole di Adnane Mokrani.
Evidentemente abbiamo idee diverse a proposito della parola "dialogo".


Può darsi, il punto è che - andando oltre alle parole ed alla retorica "di rito" - continuo a non capire cosa si intenda concretamente per "dialogo".

Cos'è la "via dell'amore"?

Ciò che unisce ha scritto:
Ciascuno di noi nel professare la propria fede evidentemente è convinto della verità in essa contenuta; ma ciò non impedisce di cercare e trovare ciò che di vero, di buono e di giusto è contenuto nelle altre fedi.


La problematica, in sé stessa, è diretta conseguenza di un "(cristiano-)euro-centrismo" di partenza.
Ovvero, siccome storicamente il cristianesimo ha avuto un determinato approccio di chiusura nei confronti delle altre religioni, si pressuppone che ciò valga automaticamente anche per tutte le altre religioni, e si "impongono" (con toni qui assolutamente gentili e delicati, senza dubbio) anche ad esse i passi che solo alcuni all'interno di tale religione hanno recentemente compiuto.
In tutto questo, si ignora il fatto che tale problematica (di non-conoscenza dell'Altro) non esiste proprio nell'Islam. Per noi, credere nei Profeti e nei Libri precedenti all'Ultima rivelazione è un elemento cardine della nostra dottrina, senza il quale essa non è completa né accettata, senza la quale non si può essere Musulmani.

Il nostro stesso Libro parla e menziona le altre religioni, e la nostra stessa Legge Sacra ci spiega nel dettaglio come comportarci nei loro riguardi, quali sono i loro diritti verso di noi ed i nostri verso di loro.

Ed è alla luce di tutto questo che noi Musulmani abbiamo ben chiaro cosa vi sia di "vero, buono e giusto" nelle altre religioni rivelate: anch'esse erano "Islam" originariamente, e via per la salvezza: i "loro" Profeti ed i "loro" Libri sono anche i nostri.

Ma le comunità precedenti col tempo hanno modificato le Scritture ed i messaggi portati dai Profeti di Dio, e la "validità salvifica" di ogni altra religione si è conclusa con la rivelazione del Santo Qur'an, che è il messaggio che Dio ha rivolto a tutta l'umanità per farla uscire dall'oscurità alla luce; ciò che vi era di "vero, buono e giusto" nelle religioni precedenti è oggi contenuto e riassunto nell'ultima religione rivelata dall'Unico Dio, e seguirla è l'unico modo per ottenere la salvezza e per partecipare di ciò che è vero, buono e giusto; quanto anche potenzialmente rimanente di vero nelle religioni precedenti ormai non basta più a condurre alla salvezza nell'altra vita.
E non si può in alcun modo pretendere che noi Musulmani diciamo alcunché di diverso da quello che ti sto dicendo - che sia con il pretesto del "dialogo" del "rispetto" o di altro - perchè se lo facessimo (e ci rifuggiamo in Allah da tale eventualità), usciremmo in quello stesso momento dall'Islam, dal momento che qui si tratta della nostra dottrina cardine.

Dicevamo; per noi, l'ebreo ed il cristiano sono mondi esterni ma non estranei, non riconosciuti nella loro validità salvifica ma comunque conosciuti nella loro dottrina e riti.

Ed è stato storicamente così anche nella Ummah islamica: mentre l'Europa cristiana non poteva sopportare l'alterità, ed espelleva i Musulmani e gli Ebrei (quando non li ghettizzava), la Ummah islamica ha sempre e "da sempre" accolto al suo interno comunità di altre religioni: ebrei, cristiani, zoroastriani, indù, buddhisti..

Insomma, se il cristianesimo ha bisogno di aprirsi all'alterità e di smettere di

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, che lo faccia pure, ma che non si abbia la pretesa che anche i Musulmani debbano "iniziare" a fare qualcosa che è invece parte del nostro stesso DNA e che abbiamo fatto da sempre.

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